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Scrivevo stamattina che molti elettori del centrodestra si riconoscono in molte delle cose che Beppe Grillo, Savonarola dei nostri tempi, urla dalle piazze italiane. Beh, a poche ore di distanza sono costretto a smentirmi. Nel suo ultimo intervento forcaiolo, il comico censore getta un salvagente a Mario Clemente Mastella, definendolo solo un capro espiatorio. Scopriamo così che l’indulto, vergogna che fino a ieri veniva imputata proprio da Grillo al Mastellone, è stata un’idea dello psiconano, dove per psiconano s’intende Silvio Berlusconi. Onestamente faccio fatica a capire. Certo, Forza Italia in modo incommentabile ha appoggiato (votando) il provvedimento di scarcerazione dei delinquenti (altresì detto di clemenza), ma non ricordo analoga decisione nel quinquennio di governo di centrodestra. Forse sono io che oggi non rammento…tutto può essere, ma davvero mi sfugge questo particolare. Improvvisamente Grillo annuncia di voler spostare l’obiettivo delle sue invettive sulle altre caste, a cominciare da quella dei giornalisti. Per carità, condivido pure io il fatto che in Italia sopravvivano tante, troppe lobbies, che fanno rimanere questo Paese nel fango melmoso del passato; un Paese che obiettivamente fa fatica a vedere il futuro, governato dall’allegra lobby dei settanta-ottantenni e dai loro paggi. Caso quasi unico in Europa. Non una stravaganza, certo: peggio di noi ci sono i gemelli polacchi, quelli della lustracija e del divieto di lavoro agli omosessuali (sì, lo so che sono di destra..ma di una destra che credevo morta e sepolta da sessant’anni, almeno nel Vecchio continente). Tuttavia Beppe Grillo mi ha deluso. Pensavo che potesse rappresentare la celebre goccia che fa traboccare il vaso, la chiave di volta per cambiare. Beninteso: non certo con lui o con i suoi movimenti, bensì attraverso un processo veloce che portasse le nostre istituzioni a svegliarsi, a darsi una mossa nel rinnovamento. Invece no. Oggi arriva, inattesa, la retromarcia. Peccato, ci avevo creduto.
In Birmania, oggi Myanmar, la giunta militare ha fatto quello che non doveva. Ha aperto il fuoco sulla folla. Al momento il bilancio è di un morto e di un ferito, ed è andata bene, paradossalmente. La situazione sta degenerando nel paese asiatico, e già il coprifuoco imposto nella capitale lunedì scorso non faceva sperare in nulla di buono. La storia insegna che il regime probabilmente è alla fine, ma è necessario che qualcuno si svegli, soprattutto nelle sorde aule del Palazzo di Vetro. Invece di parlare di utopie (vedi moratorie), seppur condivisibili, la realtà impone di discutere l’aggravarsi della crisi birmana. Se è possibile, sarebbe meglio evitare un altro Darfur, o peggio, una nuova Corea del Nord del terzo millennio. Ieri Bush ha minacciato sanzioni contro il regime militare, speriamo che la questione venga portata con urgenza dinnanzi al Consiglio di Sicurezza. Ci vuole celerità. Per conoscere meglio la situazione di quel Paese così lontano geograficamente, per farsi un’idea della reale condizione in cui versa la popolazione birmana, vi rimando al blog 1972.
Interessantissima intervista della CBS al Presidente-guardiano iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in questi giorni a New York per partecipare alla Sessione ordinaria delle Nazioni Unite. Per intenderci, quella riunione dove parlano tutti i leaders dei Paesi facenti parte dell’ONU, uno dopo l’altro. A volte si presentano con libri, altre con foglie di coca (vedi il boliviano Evo Morales). Più stancante di una processione greco-ortodossa, la sessione settembrina non serve a nulla. Le decisioni (poche) che si prendono al Palazzo di Vetro interessano unicamente l’antistorico Consiglio di Sicurezza.
qui il link ripreso da RAINEWS 24
Si dice che Berlusconi in persona sia attivo da mesi per portare (o meglio, ri-portare) all’ovile abbandonato Mario Clemente Mastella, attuale Ministro della Giustizia e Segreatrio dell’Udeur. Evidentemente Silvio ama farsi del male, annacquando anni e anni di lavoro per costruire un polo liberale alternativo alla vecchia politica italiana fondata sul duopolio dc-pci. Mastella, uomo di cui sappiamo tutto (o quasi): oggi qui domani là , lo cantò lui stesso in una trasmissione televisiva ripresa settimanalmente da Blob. E’ il paradigma del suo essere politico. Un giorno a destra, poi a sinistra (con Cossiga per aiutare D’Alema a formare il suo primo governo), oggi al centro. Campione di ricattini di basso profilo (do you remember…A frà, Franco9433, Francesco Marini per avere in cambio auguste poltrone?), è oggi indispensabile a Prodi per rimanere a galla. E lui, ovviamente, si comporta di conseguenza. Tutto questo attrae in modo erotico, direi, Berlusconi. Il leader di Forza Italia è in mezzo al guado: Brambilla o Mastella? Si è pure presentato alla festa del Campanile per supplicare Clemente di tornare nel centrodestra, in quella Casa delle Libertà che dovrebbe rappresentare il sogno liberale. Qui Silvio, che di teoria politica non è un gran conoscitore, confonde dottrine diverse tra loro: un conto è il democristianesimo, ben altro è il liberalismo. Qualcuno dei suoi sottoposti (mai termine fu più adatto) dovrebbe spiegargli che Mastella non può contribuire a puntellare la CdL, essendo fautore della resurrezione della Balena bianca, simbolo del malgoverno quarantennale del nostro Paese. Invece no, Mastella è visto come il nuovo Messia. Forse più per i voti che porterebbe in dote, che per altro. Non si comprende perché, invece, SB non viri sull’intelligenza indubbiamente brillante di Daniele Capezzone, che, da giovane qual è, si rende conto che andando avanti di questo passo, la new generation non saprà più neanche che cosa sia la politica. L’ex radicale pannelliano (radicale lo è sempre, pannelliano non più) ha fondato un network di idee, di pensieri, di confronti. Decidere.net ha organizzato la prima manifestazione di piazza non sindacalizzata, dove giovani di tutt’Italia chiedevano chiarezza sulle future pensioni. Capezzone, coscienza critica e polemica, ha il merito di buttare sul tavolo gli argomenti concreti, ciò di cui l’Italia ha bisogno per poter ripartire. La sua attività pregevole ha avuto effetti anche sul sottoscritto, che non ha mai avuto particolare simpatia nei confronti di Daniele. Lo vedevo come un polemico esibizionista, nient’altro. Ora però mi sono accorto che ha coraggio. Ha coraggio di dire e di organizzare, di coagulare movimenti giovanili (e non solo) e di aprire dibattiti e confronti per migliorare la situazione in cui versa il sistema-Italia. Ecco, caro Silvio, forse stavolta hai proprio sbagliato il target su cui puntare. Pensaci meglio: un Capezzone, anche in prospettiva, vale trenta Mastella.
Del Darfur si parla, si parla, ma nel concreto il dramma continua. Quella popolazione è ancora costretta a vivere nel terrore a causa di una vera e propria pulizia etnica, ma il Mondo mediatico e l’ONU fanno poco o nulla. Evidentemente i due milioni di profughi del Darfur (fonte Unicef) non sono appetibili dal globalizzato sistema delle comunicazioni, che preferisce dedicarsi ad altre tragedie, magari più adatte a catturare l’attenzione del telespettatore o del lettore. Almeno noi della Rete, allora, dobbiamo cercare di sostenere quanti lavorano ogni giorno (e ogni notte) per uscire da questa tragedia, e ridare dignità ad un popolo che ha l’unica colpa di non essere appartenente alla “razza araba“. Non è una guerra di religione, ma un genocidio di hitleriana memoria. Chi non è arabo, non merita di vivere. Esso può essere cristiano, animista o musulmano nero. Non fa differenza.
Potete firmare l’appello di Italian blogs for Darfur cliccando a questo link
Oggi Prodi non è caduto. Non è caduto per un voto. Non è caduto grazie all’assenza del senatore de La Destra Francesco Storace. Davvero un bel modo di essere di Destra. Grazie, senatore!
Scriviamo tutti al Senatore Storace per fargli ben capire quello che oggi lui ha fatto. Per maggiori dettagli riguardo l’iniziativa, andate su DAW
scrivi@storace.it
Ve lo ricordate John Kerry? Ebbene, all’illustre Senatore democratico è vietato porre domande. Sì, perché quello che è accaduto ieri ha dell’incredibile. Siamo all’Università della Florida, e un giovane ventunenne, Andrew Meyer, si è “permesso” di rivolgere domande spinose al simpatico Kerry, umiliato da George W Bush alle Presidenziali del 2004. “Perché non ha chiesto l’impeachment di Bush?“, “Ha mai fatto parte della società Skull & Bones (massoneria)?“. Mentre Meyer dice queste cose, due poliziotti intervengono per allontanarlo dal microfono. Dinnanzi alla resistenza (lecita) dello studente, i poliziotti lo ammanettano e lo portano via dalla sala. Andrew urla “aiuto, aiuto, cosa ho fatto?!“, viene buttato a terra e un agente usa il Taser, che lo immobilizza. La cosa peggiore, è che il portavoce dell’Università, tale Steve Orlando (speriamo non abbia origini italiane) ha chiarito che “ha usato il tempo massimo a disposizione, nonostante gli avessimo chiesto di terminare l’intervento. Gli abbiamo dapprima tolto l’audio, poi ha iniziato a diventare nervoso“. Vi immaginate cosa accadrebbe nelle nostre Università se si adottassero i metodi Usa nei confronti dei vari no-global, no-dal molin, no-exams, no-war, no-berlusca, yes-spinello, yes-palestina,…? Sarebbe un’ecatombe.
Mentre Prodi va da Vespa a dire che non è un Valium, il senatore liberal Lamberto Dini annuncia che lui non ci sta. Non ci sta a far parte del Piddì, che altro non sarebbe che il minestrone della nuova era-sinistra. Gli ingredienti del piatto sono, come ben noto, margherite e diesse. Il diavolo e l’acqua santa, verrebbe da dire. Ebbene, Dini ha deciso che il piatto è indigesto. Il problema per Romano nostro non è uno solo, perché insieme al rospo se ne vanno pure Natale D’Amico, Giuseppe Scalera e Italo Tanoni. Senza contare Willer Bordon e (aggiugo io) forse pure Manzione, l’uomo messo all’indice qualche mese fa per una sua obiezione agli ordini del soviet supremo di Palazzo Chigi. Brutta gatta da pelare, perché tre di questi sono senatori. Ahi, ahi! In caso di defezioni eventuali, non ci sarebbe Montalcini che tenesse. Andrebbero a casa. A tutto questo quadro che oseremmo definire drammatico (per l’unione disunita, s’intende), s’aggiungono pure le nefaste parole di Fisichella, il monarchico ex aennino ora seduto al fianco delle Palermi e delle De Petris. L’importante studioso della politica (non è ironia, Fisichella è davvero un pezzo grosso nel settore) ora margheritino, ha praticamente intonato il De Profundis sul trabicolo governativo. Dalle pagine del Corriere della Sera (ribattezzato lo scorso dicembre “Gazzettino di Prodi” da Roberto Castelli), l’ex vice presidente del Senato chiarisce che non entrerà mai e poi mai nel Pd, perché lui con i comunisti non ci vuole stare. Condivisibili le sue parole, anche se ci dovrebbe spiegare perché allora è iscritto al gruppo dell’Ulivo che, come è noto, è l’insieme di ex Dc ed ex Pci. Boh! Dice di voler stare con chi salvaguarda l’unità della Nazione e che i suoi orizzonti vanno dalla destra alla sinistra moderata. Auguri. Che dire…possiamo solo augurarci che tutto questo proliferare di sottomarche pseudo-uliviste continui. Prima o poi la concorrenza farà fallire il marchio ora preponderante. E sarà un bene per tutti.
Siamo sicuri. Ad Oriana Fallaci non sarebbero piaciuti i peana di ringraziamento e di lode nel primo anniversario dalla sua dipartita terrena. Non era tipo da amare i complimenti e le esaltazioni, anche se forse, nel suo intimo più profondo, ne era orgogliosa. Un anno dopo, quando l’emozione lascia spazio e tempo alla riflessione, si può fare un bilancio di cosa abbia rappresentato Oriana Fallaci per noi, per l’Italia, per la coscienza di questo Paese retrogrado nel quale viviamo. Basterebbe ripercorrere il calendario, tornare indietro a quel settembre 2001 del quale abbiamo parlato qualche giorno fa. In quel lasso di tempo, di storia, Fallaci tornò alla ribalta, rompendo il silenzio, l’esilio che si era imposta. Troppo aveva taciuto. Ruppe il silenzio dalle colonne del Corriere della Sera, con un articolo lunghissimo e bellissimo: una pietra miliare del giornalismo italiano, che per sempre rimarrà nella storia. D’altronde, stiamo parlando di Oriana Fallaci. L’impatto mediatico di quel pezzo di carta fu straordinario, con gente che distribuiva per le strade il Corriere ricordando che “c’è l’articolo della Fallaci”. Non sono cose che accadono tutti i giorni, in Italia (un Paese dove il quotidiano più letto è la Gazzetta dello Sport). Oriana ha avuto il merito di dare una scossa ad una Nazione intera (il termine Nazione è voluto), intorpidita da anni di beghe politiche della bassezza che tutti noi conosciamo. In conclusione a “La Rabbia e l’Orgoglio“, Fallaci chiede a sé stessa quale sia la sua Italia. Non è domanda banale, come potrebbe sembrare ad un lettore superficiale, e non è per nulla banale la collocazione in chiusura di tale riflessione. Bene, Oriana risponde che la sua è “l’Italia opposta alle Italie di cui fin qui (per 162 pagine) t’ho parlato. Un’Italia ideale. Un’Italia seria, intelligente, dignitosa, coraggiosa, quindi meritevole di rispetto. Il rispetto che nemmeno con mezzo secolo di democrazia è riuscita a guadagnarsi. Un’Italia laica e non imbelle. Un’Italia che non si lascia intimidire [...]. Un’Italia fiera di sé stessa, un’Italia che mette la mano sul cuore quando saluta la bandiera bianca rossa e verde”. Grandi parole. Parole che potrebbero benissimo sostituire preamboli di Carte costituzionali come la nostra, vecchia e specchio di un Mondo che non c’è più. A me fa rabbrividire quel “Repubblica democratica fondata sul lavoro“. Sembra dicitura da partito degli operai polacco, se non fosse per l’aggettivo “democratico”. Chissà che prima o poi qualcuno non pensi ad una nuova Costituzione, dove magari l’accento venga posto sull’individuo, sulla sua libertà, piuttosto che sul lavoro. Le frasi scelte dalla scrittrice (pardon, giornalista) fiorentina testimoniano come questa donna, questa Grande Donna, amasse profondamente il suo Paese. La rabbia che sottolinea ogni virgola, ogni verbo, è comprensibile. Solo chi ama con tutta l’anima la propria Patria può provare rabbia e disgusto nel vedere come oggi essa si sia ridotta.
Avrete notato che il blog è disseminato di tracce in favore di Rudolph William Louis Giuliani III, candidato repubblicano alle primarie che stabiliranno chi andrà a contendersi la White House fra un anno e due mesi. Confermo tutto. Questo blog è apertamente schierato a favore di Rudy, del quale ammiriamo le capacità organizzative, l’apertura mentale e politica, e la risolutezza che mostra (e ha mostrato) nel risolvere le situazioni più difficili e controverse. Già, ammiriamo lo sceriffo, colui che ha inferto al crimine della Grande Mela un colpo micidiale, anche se (com’è nell’ovvietà delle cose) non definitivo. Commovente il modo con cui gestì il post 11 settembre, e spiace ora dover assistere a stupide affermazioni di qualche giornale di parte che metterebbero in dubbio sia l’operato di Giuliani che il suo interesse politico nel farsi vedere compassionevole vicino ai pompieri. Evidentemente questi newspapers (sia made in US che in Italì) sono impegnati nel lodare, inginocchiati e a testa in giù le doti infinitamente miracolistiche del duo Hillary - Obama. Questa coppia sarebbe, stando ai Giornali suddetti (G volutamente maiuscola, perché si sentono e vengono fatti sentire prestigiosi) la svolta per la politica mondiale. Cavoli!, verrebbe da dire…di quali intrinseche doti moral-etico-politiche devono essere colmi per sostenere ciò! Alla fine, leggendo le varie corrispondenze degli Enni vari o delle Alessandre (tanto per fare due nomi, senza cognomi) si scopre che Hillary e Obama sono fenomeni perché, rispettivamente, sono l’una donna e l’altro nero. Però! Che svolta per la politica planetaria!. Pure Mugabe è nero, ma credo nessuno possa ritenerlo l’esempio moderno di sovrano illuminato. Almeno voglio sperarlo. La verità, almeno la mia, è che Giuliani faccia paura. Più a noi che a loro. Sai, è tempo di Partito Democratico italiano…non volesse mai che quello vero, quello storico, fosse battutto (again) dall’elefante rosso, in piena crisi post-Iraq. Invece sembra proprio che Rudy sia in testa ai sondaggi, anche se proprio oggi il Los Angeles Times pubblica un sondaggio Bloomberg dove si evince come il nostro favorito sarebbe in difficoltà all’interno del partito. Il principale sfidante, infatti, è Mitt Romney (mormone ed eccellente amministratore-risanatore di conti), che conquisterebbe una vasta platea di seguaci nello stato agricolo dell’Iowa (28% contro il 16% di Giuliani e Thompson). Più incerto il dato del New Hampshire, dove Romney (a proposito, bellissimo il suo sito supererebbe Giuliani di soli 5 punti (28 a 23, con Thompson fermo all’11%). Al battagliero McCain i rimasugli insignificanti. Per chiudere, dico che bisogna fare molta attenzione a questo tipo di rilevazioni. Gli Stati Uniti sono un Paese complesso, dove basta un niente per farti sputtanare e precipitare nei sondaggi. Basta pochissimo, però, per farti risalire. E poi non scordiamoci che le primarie (non le nostre tarocche e farlocche) sono un qualcosa che sfugge ad ogni spiegazione razionale; lì i favoriti della vigilia spesso cadono senza rialzarsi, come accadde tre anni fa al democratico Dean. Dato in vantaggio da tutti, alla fine dovette cedere il passo al simpatico Kerry, bravo in tutto tranne che a fare lo sfidante di Bush. Tempo al tempo!
Non è una data qualsiasi, ma è la data. L’undici settembre di sei anni fa il Mondo cambiava. Cambiava per sempre. Cambiava la storia. E non è cosa da poco. E’ ancora presto per giudicare storicamente la portatata del tragico evento, ma qualcosa si può già dire. Sembra, ad esempio, che gli anni Novanta siano stati solamente un decennio di tregua, di pausa, di pax armata per gli eserciti (legali e non) della Terra. Certo, il 1989 era stato uno tsunami (non inatteso) che aveva sconvolto la cartina geografica del nostro Pianeta; era crollato un mito, era crollata l’utopia capovolta di cui scrisse a suo tempo Norberto Bobbio. Era crollato un modo di pensare vecchio di quaranta e più anni, dove esistevano due blocchi facilmente riconoscibili e distinguibili: da una parte l’Ovest, ricco e liberale, dall’altra l’Est, dispotico e arretrato. Ancora oggi, a distanza di quasi vent’anni, le realtà sorte dalla diaspora sovietica faticano a tenere il passo degli occidentali, ma è indubbio come molto sia stato fatto. Ecco, l’undici settembre ha creato il panico perché ha innovato la prassi della guerra. Il nemico è divenuto invisibile, codardo. La vittima invece è l’Ovest, che non aveva prima di allora conosciuto sconfitta in casa sua. E’ uno sconvolgimento totale, che tocca la morale, la politica e il diritto. Il terrore si configura come qualcosa di ben diverso rispetto a quello rivoluzionario, dove almeno (seppur in modo alquanto discutibile) si agiva per nome della legge (anche se assolutamente contestabile). L’attacco al Mondo civile (perché di questo si è trattato), democratico e liberale, ha riproposto schemi vecchi di secoli, dove il nemico era il barbaro, il Persiano (Erodoto I, 134). Est-Ovest che ritorna, quindi, ma in una nuova veste. Ora l’Est si sposta ancora più lontano, e coniuga in un concentrato pericoloso politica e religione, provocando il fanatismo, che è la peste del nuovo Millennio. Il nemico, perchè è così che va definito, è oscuro. Non agisce tramite le regole consuetudinarie e pattizie, bensì si agita nell’ombra, tenendo il Mondo sulle spine. Questa è la realtà del post-11 settembe, una realtà amara, che però credo vada affrontata e mai negata. E per affrontarla bisogna agire, non certo sfilare festanti con bandierine filo-barbari o bruciando manichini vari. La guerra può essere giusta, a volte. Rimane sempre dolorosa, ma a volte è necessario muoversi. Per noi e per il Mondo nel quale viviamo.
Con questo post inauguriamo Richelieu, blog aperto a tutti per discutere di attualità. Italiana ed internazionale.



