Miti di carta

11, Ottobre, 2007 · 2 Commenti

Image HostingPremessa d’obbligo: non sono Angelo Panebianco sotto mentite spoglie, anche se devo dire che stamattina mi ha colpito particolarmente la lettura del fondo a sua firma pubblicato sul Corriere della Sera. Praticamente ricalcava ogni mio pensiero, ogni mia considerazione circa la nostra Carta Costituzionale, trionfalmente in vigore dal 1948. Il prof-editorialista si tuffa a bomba sulla parte II, “l’Ordinamento della Repubblica“, additandola (a ragione) come la vera responsabile del degrado politico che da decenni sta mettendo in ginocchio questo povero Paese. Panebianco si rivolge alle vestali che venerano la Costituzione nostrana come se fosse il fuoco sacro di Roma, un totem, una sfinge austera che protegge l’Italia da non si sa bene quali pericoli. Cita Bassanini, il riformista che accetta di collaborare con Sarkozy, il presidente dai mille poteri, ma che in Italia si erge a bodyguard della suddetta Carta. Incomprensibile. Si sa, da noi è praticamente tabù anche il solo parlare di riforma, perchè immediatamente si sarebbe additati come fascisti o golpisti. O.L. Scalfaro è un esempio di questa pletora di accusatori, basti ricordare le sue crociate accorate contro il referendum indetto per il disegno di riforma presentato dalla CdL.

Sono sempre stato dell’idea che la Costituzione compromissoria nata dalle ceneri della dittatura e della guerra non sia la manna dal cielo, ma un castigo che mi auguro non sia eterno. Spiego: molti nostri dinosauri dei palazzi vanno a vantarsi del fatto che grazie al comune sentire delle forze democratiche si è potuti dare all’Italia un testo rigido nel quale riconoscersi. Secondo il mio umile parere è proprio questo il male. Ho già sottolineato in passato i conati che mi provoca l’articolo 1, dove si dice che “la Repubblica è fondata sul lavoro”. Sembra di stare in Unione Sovietica. Falce e martello, soviet. Forse una definizione più alta, nobile, che contemplasse l’individuo, i diritti di libertà, sarebbe stata più consona ad una Repubblica occidentale. Ma che ci vogliamo fare. Come scrive Panebianco, quei costituenti hanno consegnato a noi una repubblica assemblearista, dove a governare è (quando lo fa, quindi mai) il Parlamento. Non è un complimento, perchè come illustra la dottrina, l’assemblearismo è una degenerazione del parlamentarismo (cfr. Pasquino, “Nuovo corso di Scienza politica, il Mulino, pag.213). Quelle “menti illuminate” hanno di fatto messo i governi sotto scacco, tra le fauci golose del Parlamento. Così è evidente che non si possa far progredire un Paese.

Anche De Gaulle fu accusato di essere un fascista quando nel 1958 buttò nel cestino la vecchia Costituzione per sostituirla con una nuova (quella attuale, peraltro). Oggi sappiamo che il vecchio Charles vide bene. Fu lungimirante. L’alternanza è garantita in Francia, basti pensare all’età mitterandiana o alla coabitazione Chirac-Jospin. Oggi è il turno di Sarkozy, ma Parigi è sempre stata protagonista, proprio perchè capace di farsi imporre, di essere credibile. Noi invece, amanti del restyling, ci stufiamo presto dei presidenti-del-consiglio-dei-ministri, e tendiamo a cambiare voto ad ogni tornata. E’ sindrome da sfiancamento, lo so. Tanto sono tutti uguali, si dice. Probabilmente si ha pure ragione, ma un mezzo per migliorare le cose è quello di rinnovare pure la Legge fondamentale. Non c’è più il muro di Berlino, non c’è più la diccì, non c’è più il piccì. Eppure quel falso mito di carta continua ad aleggiare sopra le nostre teste. E guai a chi ne parla male. Fascista!.

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