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La Francia ultimamente è in subbuglio. Prima lo sciopero dei trasporti, poi quello dei dipendenti statali, quindi gli studentelli con poca voglia di dedicarsi al loro lavoro. Domenica scorsa, l’accidentale uccisione di due giovani da parte di una volante delle forze dell’ordine, è stato il pretesto per scatenare la follia criminale in tutta la ben nota (e tristemente nota) periferia parigina: auto e cassonetti dati alle fiamme, assalti alle caserme e ai commissariati, sfondamenti di vetrine di negozi, eccetera eccetera.
In Italia, se fosse successa cosa simile, avremmo già visto scendere in piazza soloni della sociologia comportamentale e della devianza, esperti del disagio giovanile e dei meno abbienti, politicanti con kefya e falce-martello intenti a gridare alla violenza squadrista e fascista del Presidente di destra. In Francia tutto ciò non è accaduto. Non è accaduto anche perchè il Presidente Sarkozy ha usato parole dure che lasciano poco spazio all’interpretazione: “Coloro che si sono presi la briga di sparare contro gli agenti di politizia, si ritroveranno in un tribunale penale. Aprire il fuoco contro i poliziotti è una cosa totalmente inaccettabil. Troveremo i colpevoli, si tratta di tentato omicidio”.
Ma non è finita qui, perchè Nicolas è andato oltre, mettendo a tacere (si spera) i soliti cattedratici difensori delle minoranze che magari vivono in centro città, albergati in sontuosi appartamenti intenti a scrivere libri sul disagio (non meglio precisato) di questi individui. Dice Le President: “Le violenze ed i disordini scoppiati nelle banlieues di Parigi non vanno fatti risalire ad una crisi sociale, ma ad una forma di teppistocrazia. Contesto il tentativo di trovare in ogni criminale una vittima della società e in ogni sommossa un problema sociale”. Ecco, questo è parlare chiaro, senza tanti giri a mo’ di politically-correct tanto tipici di casa nostra.
A noi questo Sarkozy piace sempre di più…verrebbe quasi voglia di un Anschluss…beh, non proprio fino a questo punto.
Italia, 2007. Lecce, un ragazzo down di diciassette anni viene costretto dai delinquentelli ex compagni di classe ad umiliarsi. “Facci vedere che sai fare”, gli gridano, lo circondano. Inizialmente, sembra un gioco. Poi, però, non si scherza più quando gli viene intimato di toccarsi, di masturbarsi davanti a tutti gli altri. Nel frattempo, un videofonino riprende il triste spettacolo. Qualcuno ha il coraggio di dire che questa non è violenza sessuale? Beh, francamente sarebbe una tesi insostenibile. Obbligare, sghignazzando, un disabile a umiliarsi in un tal modo è assolutamente paragonabile ai tanti episodi di stupro che la cronaca degli ultimi tempi ci ricorda quotidianamente. Per fortuna, il giovane ha avuto il coraggio e la forza di parlarne con i suoi genitori, i quali hanno immediatamente denunciato il tutto. La difesa dei sette individui è stata la seguente: “ma non abbiamo mica diffuso il video in rete o lo abbiamo mandato ad altri cellulari!”. Disarmante, da rimanere a bocca aperta.
Ma non è finita qui: in Liguria uno studente (un altro) è stato vittima di un episodio altrettanto vergognoso: durante l’ora di religione (sic!), simpatici studentelli di quattordici anni hanno pensato bene di scrivergli sulla schiena “gay” e, peggio ovviamente, di tratteggiargli addosso una bella svastica. Che dire…si rimane perplessi. E’ dura dirlo, ma se la generazione nuova, quella degli anni ‘90, è questa, siamo messi davvero male. Non credono a nulla, solo cazzate per la testa e basta. Figa e cellulare. Stop. Sfido chiunque a dire il contrario. Non hanno interessi, ma solo pretese e richieste. “Voglio questo, voglio quello”, e spesso i genitori, o perchè esasperati o perchè non attenti, cedono. D’altronde il Mondo nel quale viviamo è questo, la colpa è difficilmente rintracciabile.
Quanti ragazzi under20 (almeno) si vedono nelle librerie, ad esempio? Pochi, lo constatavo proprio pochi giorni fa alla Feltrinelli di Padova…molti universitari, qualche anziano che sfogliava Rampini, zero frequentanti delle scuole superiori. Anche chi studia al tanto osannato Liceo non sfugge al dramma della generazione in questione: sempre meno ci si sofferma a pensare a sé, agli altri, alla vita. Per carità, non si richiedono astrazioni simil-buddhiste, ma la superficialità che si vede in giro fa davvero riflettere. Immaturità si dice, boh, chissà…può essere tutto.
Ma è anche vero che prima o poi questi videofonisti (che tanto si divertono) saranno chiamati a ruoli di responsabilità, ad avere le chiavi della loro vita e di quelle altrui. E se queste sono le premesse, c’è ben poco da rallegrarsi.
Poveri rom, poveri rumeni! Quante volte nelle ultime settimane, negli ultimi mesi, i soliti benpensanti hanno speso queste parole così banali da essere penose. Oggi sappiamo che uno di questi poveri ragazzi, condannato per aver assassinato quattro giovani ragazzi in provincia di Ascoli Piceno lo scorso aprile, è diventato testimonial di una serie di gadget col marchio “Linearom”. Già il nome dice molto.
Ecco, ancora una volta, il senso della giustizia italiana. Una giustizia che vale meno di niente, in cui è difficile riconoscersi. Grida ancora vendetta la condanna a sei anni e sei mesi agli arresti domiciliari. Evidentemente in Italia guidare ubriachi, travolgere e uccidere quattro giovani comporta una pena da ridere. Se poi questa lascia pure il tempo di diventare modelli, beh, non rimane altro che sospirare e allargare le braccia. Scoramento. Ha ragione Azouz Marzouk, protagonista (suo malgrado) del dopo-Erba. “In Italia non si sente parlare mai di ergastolo”.
Come dargli torto. Qui si è contrari alla pena di morte, ovviamente, ma non certo all’ergastolo. Se aboliamo le pene forti e severe, non resta nulla.
Rendiamoci conto che il sistema-giustizia in Italia si sta decomponendo. Letteralmente. Prima che sia troppo tardi, ma forse lo è già.
Qui siamo tutti con Stalin. Ivan Stalin Gonzalez è un giovane di 27 anni, venezuelano, dichiaratamente di sinistra, figlio di un militante comunista. Stalin guida la rivolta contro il progetto di riforma costituzionale ordito dal satrapo in camicia rossa, Hugo Chavez, moderno esempio di dittatore populista sudamericano. Tra una settimana i venezuelani saranno chiamati alle urne per l’ennesimo referendum, Sì o No a cio che il despota pianifica e pensa. Stavolta non è in gioco la bandiera nazionale, ma qualcosa di più importante: tingere di socialismo fino all’estremo lembo la Carta Costituzionale. Se vincessero i sì, Chavez potrebbe essere rieletto all’infinito e avrebbe nelle sue mani ogni potere dello Stato. Insomma, una dittatura in piena regola.
La novità sta nel fatto che dopo anni di opposizione inesistente, questa volta è un ragazzo (di sinistra) che tira fuori tutto il coraggio necessario per opporsi a Hugo e guidare il popolo nelle strade. Secondo i sondaggi recenti (e attendibili), solo il 39% dei venezuelani voterebbe a favore, mentre il 49% è contrario alla svolta chavista. Vedremo. Nel frattempo, gli studenti marciano sul palazzo presidenziale di Miraflores. L’ultima volta che una cosa simile accadde, nell’aprile 2002, ci furono morti e feriti. Giovedì, la provocazione sarà ancor più clamorosa: occuperanno l’avenida Bolivar, cuore pulsante del populismo rosso. Stalin fa sapere che i giovani marceranno con le mani in alto e vuote, in segno di pace. Non ci importa che questo Stalin sia di sinistra, che consideri Chavez “un militare autoritario di destra”. L’importante è che qualcuno si svegli e faccia sentire, coraggiosamente, la propria voce dissenziente. Checchè ne dicano i dilibertiani e rifondaroli nostrani, ammaliati dall’Hugo-pensiero.
Daniele Paladini è l’ennesimo eroe italiano. Eroe sì, perchè è così che va chiamato uno che, sapendo a cosa andava in contro, si è buttato con il corpo contro il bastardo di turno imbottito di tritolo che aveva come unico obiettivo quello di raggiungere le vergini del Paradiso islamico. Paladini è l’undicesima vittima italiana in Afghanistan, morta nell’adempimento del proprio dovere al servizio della pace, di quella missione voluta e controllata dalle tanto invocate Nazioni Unite. In un momento come questo, un Paese che si rispetti dovrebbe poter contare su un coro unanime di voci rispettose e determinate nella condanna di tali gesti. Invece no, da noi non è costume comportarsi così.
Era ancora mattina, le notizie giungevano a sprazzi, quando il solito Partito dei Comunisti Italiani, folkloristico gruppetto di nostalgici del tempo che fu, iniziava a sbraitare come sua consuetudine. Il prode Rizzo che si poneva amletici interrogativi circa la nostra presenza lì, la solita Palermi che tra una lode e l’altra del Porcellum, trovava il tempo per rispedire al mittente le accuse di ignorare il dolore dei parenti della vittima. Ma il bello doveva arrivare insieme al gran capo dei rossi d’antan, Diliberto Oliviero. Il Segretario, infatti, ha testualmente detto: “Vorrei che qualcuno mi spiegasse pero’ perche’ noi continuiamo a stare in Afghanistan. Per quanto tempo ancora dovremo piangere vittime innocenti? Per quanto tempo ancora dovremo espimere cordoglio a famiglie incolpevoli che sacrificano i loro figli?”. Per carità, domande legittime, anche se personalmente le ritengo patetiche.
Qualcuno però ha già risposto all’innamorato della mummia di Lenin, esattamente il 9 giugno 2006. Parlo di Mauro Pibiri, fratello di Alessandro, venticinquenne morto a Nassirya. Mauro ebbe il coraggio e la forza di cacciare Diliberto dalla camera ardente, rilasciando queste dure dichiarazioni: “Mio fratello ci credeva ciecamente in quello che faceva. L’ha scelto lui e siamo orgogliosi di quello che ha fatto. Voglio che tutti sappiano che i militari in Iraq stanno facendo il bene, e non la guerra. Lo dico alla faccia di qualche politico di estrema sinistra che, davanti al cadavere di mio fratello, mi ha detto: “Io l’ho sempre detto che questa guerra non andava fatta””. Ecco, qui eravamo in Iraq, ora piangiamo un caduto in Afghanistan. Cambiano i contesti, ma non il significato.
Parlano loro, gli acculturati della sinistra che presidia gli angoli più remoti delle scuole e delle Università. Loro che vanno in giro sbandierando ai quattro venti il profondo valore dell’ONU quale baluardo dei diritti dell’uomo. Non so, non li ho mai capiti, tutti imbevuti di logiche sessantottine, di internazionalismo cosmopolita che è fallito con il passare degli anni e con le evidenze della storia. Non si rassegnano al fatto che la parabola della più grande utopia che l’uomo abbia mai tentato di realizzare sia inesorabilmente sprofondata negli abissi, dopo una lunga ed inarrestabile discesa. Ogni tanto torna su, si veda Cuba o la Corea del Nord: ma si tratta di isolette sperdute. Il fatto è che l’ONU che tanto lodano in Afghanistan c’è, è presente. L’ha detto pure il loro Ministro degli Esteri: “siamo lì sotto l’egida delle Nazioni Unite”. Evidentemente c’è chi pensa di più ai cadaveri imbalsamati e non ha tempo per sentire altro. Pazienza, abbiate pietà.
E’ ormai partito il conto alla rovescia per le primarie e i caucus che nei prossimi mesi faranno emergere i due sfidanti che si contenderanno la Casa Bianca martedì 4 novembre 2008. I media (soprattutto nostrani) puntano tutto sul “super tuesday” del 5 febbraio, quando andranno alle urne ben 21 Stati, ma due sono le date da tenere ben impresse nella memoria: 3 e 8 gennaio. Già, perchè la storia insegna che potrebbero essere (come già accaduto nel 2000 e nel 2004 per Gore e Kerry) Iowa e New Hampshire a dire tutto, a chiudere anticipatamente la partita. La scorsa volta nessuno si sarebbe aspettato di vedere vincitore il mesto e modesto Kerry…già erano pronti i peana celebrativi di Dean. Così potrebbe andare anche stavolta, che due Stati pressochè insignificanti decidano le sorti della più grande democrazia del Mondo.
Noi qui, come è chiaro da tempo, facciamo il tifo per Rudy Giuliani, dato in testa da tutti i sondaggi per quanto riguarda la sfida finale di novembre. I problemi però sono proprio in Iowa, dove Romney è dato al 28% contro il 13% di Giuliani (Thompson al 15%). Nel New Hampshire va ancora peggio: il mormone Romney sarebbe al 33%, McCain al 18% e Giuliani al 16%. Se andasse così, è ipotizzabile che si creino delle falle nel sostegno alla candidatura di Rudy, mentre questi risultati avrebbero un effetto boom per Romney, che potrebbe recuperare anche negli altri Stati. C’è da sperare che qualche positiva notizia giunga dal Wyoming (5 gennaio) e dal Michigan, dove le ultime rilevazioni danno un lievissimo vantaggio a Giuliani, il quale avrebbe ribaltato la situazione precedentemente favorevole a Mitt il mormone. Sia chiaro, considerando tutti gli Stati, i sondaggi concordano nell’attribuire a Rudy 19 Stati contro i 4 di Romney, ma è anche vero che quest’ultimo vincerebbe là dove conta.
Vedremo, noi continuiamo a sostenere la battaglia dell’ex Sindaco di New York. Ci crediamo. E’ una scommessa, una bella scommessa che seguiremo, ovviamente.
Otto giorni di caos. Per più di una settimana la Francia è stata bloccata dallo sciopero dei trasporti, punta avanzata di una contestazione ben più ampia che coinvolge tante altre categorie, dagli statali ai magistrati, fino ai pescatori. Non considero gli studenti, perchè non credo personalmente abbiano diritto allo sciopero, ma queste sono opinioni personali. Il fatto è che dinnazi all’ecatombe, il giovane Presidente non è arretrato di un millimetro, anzi. Ha usato parole forti, ha chiesto punizioni esemplari per i sabotatori delle linee dell’alta velocità, ha ribadito che si andrà in pensione dopo 40 anni, perchè è anche sull’impianto di riforme per svecchiare e ammodernare la Francia che lo scorso maggio ha ottenuto i voti per l’Eliseo.
Come dargli torto. Da noi qualunque Presidentucolo del Consiglio (non fa differenza di che colore) si sarebbe già arreso, avrebbe già convocato al tavolo i sindacati ribelli piegandosi alle loro richieste. Già, perchè in Italia gli Epifani, i Bonanni e gli Angeletti hanno un potere ricattatorio enorme, come non esiste da nessun’altra parte. In Francia, invece, dove va detto che la forza sindacale è pressochè insignificante, un Napoleone del terzo millennio (ed è un complimento) può battere il pugno sul tavolo e dire che no, così non si fa. Avanti per la strada tracciata, senza se e senza ma. Soprattutto senza concessioni alla minoranza scioperante (meno del 30%). I sondaggi danno ragione a Nicolas (si parla del 67%). Anche noi stiamo con lui. E ogi, infatti, la situazione sta tornando lentamente alla normalità.
Scrivono oggi sul Corriere Sandro Bondi e Daniele Capezzone: “Sarkozy affronta il problema di rendere caldo il liberalismo, proprio come prima di lui ha indicato Berlusconi con la sua esperienza di governo. Troppo spesso il mondo liberale, nonostante ricette che sono e restano le migliori, sembra sottovalutare l’esigenza di un supplemento d’anima. Sarkozy riesce nell’operazione perchè si pone l’obiettivo di dimostrare che le soluzioi liberali sono vantaggiose in particolare per la porzione più debole della popolazione, troppo spesso ingannata dalle demagogie della vecchia sinistra” . Chapeau.
Ad un mese e una settimana dall’incoronazione di Uolter quale Rex del piddì, oggi è stato presentato il simbolo della nuova formazione politica, quella che dovrebbe contendere a Berlusconi (dico Berlusconi perchè non ho ancora capito quale sia il nome del partito che sorgerà dalle ceneri di Forza Italia) il consenso delle italiche volontà. Un commento? A mio umilissimo avviso è orrendo.
Veltroni ovviamente l’ha esaltato con la verbosità di cui è capace, “un simbolo che raccoglie l’identità di un partito e la sua chiave di lettura è quella di un simbolo che racconta di un partito che nasce per fare un’Italia nuova. Assume su di sé l’identità nazionale con molta forza”. Interessante quanto incomprensibile lettura, vabbè…passiamo oltre. Addirittura i grafici interpellati si sono messi all’opera sulla base di un tracciato poetico, patriottico oserei dire. Già, perchè il verde rappresenta la tradizione laica ed ambientalista, il bianco è il solidarismo cattolico, mentre il rosso simboleggia il socialismo ed il lavoro. Sarà.
A me ricorda tanto quei cartoni delle pizze da asporto, quelli bianchi con le gigantesche scritte “Pizza ecc ecc” nei tre colori della nostra bandiera. Addiriturra qui hanno aggiunto pure il solito quanto osceno ramoscello d’ulivo, ultimo mesto omaggio a Mortadella, fondatore undici anni fa dell’attuale e poco moderno centrosinistra italiano. Un merito però questo logo ce l’ha: finalmente viene mandato in soffitta il cerchio riempito per far posto al rettangolo in stile SPD. Alè, sprazzi di rinnovamento. Attendiamo ora di vedere come reagirà Berlusconi, con il simbolo definitivo della nuova creatura. Pure l’occhio vuole la sua parte.
I bamboccioni sarebbero Fini e Casini. Senza scrivere altro, in mancanza anche di tempo materiale, vi rimando a quanto ho postato nella notte su DAW.
Insomma, ne parlavano da un anno e mezzo. Convegni, fondazioni, associazioni. Tutto un mondo che voleva il partito unico del centrodestra. Fini che lo voleva per diventare l’erede legittimo di Berlusconi, Casini che non lo voleva invece perchè voleva divenire lui stesso il deus ex machina del centrismo italico. Berlusconi sembrava indifferente: sì, si farà, vedremo.Un’attenzione di facciata, che faceva morire dalla rabbia gli alleati, presunti o tali. E invece, sotto sotto, Silvio stava allestendo il tutto. L’hanno fatto incazzare, gli hanno dato del finito, e adesso lui si è inventato, come 13 anni fa, un partito nuovo.F
Chiariamo: è troppo presto per commentare l’iniziativa berlusconiana. Bisognerà attendere l’assemblea costituente del 2 dicembre, quindi gli obiettivi della nuova forza politica, perchè è questo che è importante. Tuttavia già da ora possiamo parlare di un terremoto, di un sisma (o cataclisma) che probabilmente farà nascere in Italia la terza repubblica, quella della semplificazione del quadro politico (così cara a Lamberto Dini e a Willer Bordon, guardacaso). Possiamo anche ammettere l’esistenza di molti dubbi circa questa iniziativa, apparentemente frettolosa. Anche qui però, bisogna sempre tener presente il soggetto in questione, il motore che ha deciso e che animerà il nuovo partito: è sempre Berlusconi. Quando si mette in testa una cosa è quella, e sa quel che fa. E già certe reazioni degli alleati, sempre pseudo o tali, testimoniano la paura che serpeggia nei quartieri generali aennini o udiccini. Paura di perdere voti, i voti di quei milioni che si considerano semplicemente di centrodestra, senza privilegiare un partito in particolare. L’hanno fatto incazzare, di brutto.
Lui è andato in giro a cercare di portare a destra vari senatori per affossare Prodi, mentre gli altri se ne stavano con le mani in mano o scrivevano lettere da inviare al Corriere mortadellico a finanziaria appena approvata. E così, in barba a mesi e mesi di discorsi, congressi, incontri e seminari, Silvio ha rotto gli indugi e ha scelto di fare tutto da solo.
Per fortuna, aggiungo io.
Stranezze d’Italia. La benzina è cara, come ben sa chi è costretto ad usare l’auto. Ogni volta ci si approssima al distributore con il cuore che batte, l’ansia per vedere quanto è aumentata oggi rispetto all’ultima volta. Certo, il petrolio corre, l’Opec si diverte, eppure è sempre interessante fare nuove scoperte.
Lo sapevate che su ogni litro di carburante paghiamo ancora l’accise di un millesimo di euro come tassa per la guerra d’Abissinia (conflitto datato 1935)? E ancora, è un sollievo venire a sapere che per ogni litro di benzina scuciamo 0,01 euro per la crisi del Canale di Suez (1956), così come 0,11 euro per l’intrvento in Libano del 1983 e 0,02 euro per quello in Bosnia del 1996.
Ma non è finita qui. Già, perchè anche i terremoti hanno la loro parte. E infatti il cataclisma del Belice (1968) ci costa, a quarant’anni di distanza, 0,01 euro di accise. Idem per il tragico sisma del Friuli (1976) e per quello dell’Irpinia (1980): la tassa è di 0,04 euro per ciascuno.
E per finire, all’Accordo per il rinnovo del contratto degli auto-ferrotranvieri del 2004 dobbiamo 0,02 euro, mentre mezzo centesimo è riservato ai contributi per acquistare bus ecologici. Il totale di tutto quanto detto ammonta a 0,26 euro al litro. C’est la vie.
Caro Silvio, ora apri gli occhi pure tu. Già, basterebbe questa frase per fare un post di commento alla sconfitta di Silvio Berlusconi sancita ieri al Senato. Daw, con cui abbiamo seguito i dodici estenuanti giorni del passaggio della finanziaria alla Camera cosiddetta Alta, sottolinea però come nemmeno Romano possa cantare vittoria. Certo, Bordon e Dini hanno detto qualcosa circa la necessità di trovare un nuovo quadro politico, ma sinceramente non mi pare che dietro queste parole si celi la volontà di tagliare i ponti con l’Unione. Anzi, mi sembra un tentativo (comune qui da noi) di alzare il prezzo, di far pesare ogni singola unità, ogni singolo voto. Do ut des. Sì, penso sia questo il succo di tutto. Anche perchè mi risulta assai difficile ipotizzare un Bordon alleato di Berlusconi alle prossime elezioni.
Da un anno e mezzo sentiamo parlare di spallate, implosioni, cadute. Da un anno e mezzo, salvo qualche incidente di percorso, Prodi rimane saldo a Palazzo Chigi. Per carità, il suo percorso è accidentato, non è un mistero che i suoi “alleati” gli abbiano messo una cintura da kamikaze…pure il Rospo andava dicendo ai microfoni che “Romano ha le mani legate”. Non lo mettiamo in dubbio. Fatto sta che non è crollato a giugno e non è crollato ora. La data l’avevi data tu, Cavaliere: 14 novembre. E per favore, evitiamo smentite alla Bonaiuti…avevate pure preparato i gazebo per festeggiare la morte politica di Mortadella. Naufragio. Fini oggi parla sul Corriere di “necessario cambio di strategia”: potrebbe pure aver ragione, ma se la sua priorità è la legge elettorale, beh, immagino che agli italiani non interessi poi tanto questa svolta dell’opposizione. Evito poi ogni commento circa la tempestività della letterina al prodiano Corsera: Berlusconi perde la battaglia alle 22.37, un’ora dopo in prima pagina è già bella che pronta l’epistola del figlioccio di Almirante. Atteggiamento da avvoltoio, spiace dirlo per Fini che in tante occasioni ho apprezzato. Sembrerebbe quasi che i Bruto e Cassio della CdL non aspettassero altro che Cesare cadesse. Solo.
Solo come ha combattuto, e questo bisogna dirlo. Berlusconi è stato l’unico a darsi da fare per buttare giù questo Governo. Ci ha messo la faccia, parlando (ingenuamente, come ha sottolineato Cossiga ieri) di liste e di transfughi: il modo migliore per allarmare Prodi e far tornare a cuccia i famosi 15 scontenti. Ha caricato l’avvenimento di un’aura quasi mistica, profetizzando la svolta che l’Italia attende dal 10 aprile 2006. Ha garantito urbi et orbi di avere la situazione in pugno. Wait and see, ti fidi di me, l’ho promesso alla mamma. Hai esagerato Berlusca. Tocca dirtelo. Ora bisogna invertire la rotta, lavorare di gomito, darsi da fare. L’obiettivo dev’essere quello di sfiancare Prodi, non dargli tregua. Mai. Prima o poi affosserà nelle sue contraddizioni, nella sua indegna politica clientelare. Ma perchè ciò accada, è opportuno e doverso, per il leader del più grande partito italiano, mutare disegno strategico e creare una prospettiva nuova.
E magari pure iniziare a riflettere sul perchè le elezioni si sono perse dopo cinque anni di governo. Non è mai troppo tardi.
13 novembre, la vigilia. 14 novembre, il voto. Il D-Day. Sapremo finalmente chi sarà il vincitore e chi sarà lo sconfitto. Romano e Silvio, uomini contro. No, Mortadella. Pregare non serve più. La compravendita è quasi finita. Ognuno ha le proprie carte in mano. Tra poche ore sapremo chi vincerà la partita dell’anno. Tra ricatti, minacce e colpi bassi, il Senato della Repubblica Italiana, ormai divenuto una sorta di suk maghrebino, ci riserverà una due giorni indimenticabile. E il gran finale, la notte dei lunghi coltelli. Tra senatori pannoloni attaccati al respiratore per schiacciare il pulsantino verde come marionette inanimate e comunisti estremi pronti a gridare “viva la rivoluzione d’ottobre”, il Governo si gioca la sfida della vita. O la va o la spacca. Silvio ha promesso la caduta, anche se ora si rimangia parzialmente quanto declamato ai quattro venti; Romano si è detto sicuro di avere una maggioranza coesa. Uno dei due mente. Tra due giorni, sapremo chi.
E noi seguiamo il tutto su DAW
Da quasi un mese Uolter è il gran capo della sinistra italiana, il sacerdote che ha benedetto la fusione (a freddo) di ex comunisti ed ex democristiani (che poi ex non lo sono). Aspettavamo, più o meno trepidanti, le prime mosse del segretario. Ebbene, ieri sono arrivate. Proposta numero uno: via il porcellum ciampian-folliniano, e al suo posto un proporzionale puro senza sbarramenti né premi di maggioranza. In pratica, una schifezza.
Insomma, Uolter Luther King (o Uolter Kennedy, fate voi) ci aveva fatto sognare. Bipolarismo uber alles, maggioritario senza se e senza ma (si veda qui cosa scriveva Veltroni). E noi non potevamo certo dargli torto. Un’Italia politicamente funzionante avrebbe potuto esistere soltanto con un sistema elettorale secco, drastico, in grado di portare in Parlamento solo pochi partiti, eliminando così i sartorianamente detti nanetti (cioè quei partiti elettorali che con lo 0,1% concorrono alla ripartizione dei seggi). Oggi però Uolter si rimangia tutto e, facendo rivoltare lo stomaco ai vari Ceccanti, santoni dell’abc elettorale, la spara grossa. Si torni al proporzionale, puro! Certo, come no. E magari invochiamo pure i duecentoventidue governi che in quarant’anni hanno ridotto l’Italia a quel che è!
Forte dev’essere stata l’emozione nei sognatori democratici, quei milioni (?) che come nell’Afghanistan liberato avevano affollato gazebo e bancarelle per tributare l’attesa apoteosi al sindaco dei miracoli. Sognavano un’Italia migliore, un’Italia giusta, una politica non più succube dei ricatti dei Mastella o dei Casini. No, incomprensione, cari miei! Il vostro leader ha cambiato idea. Va bene tutto pur di conquistare l’amore dell’Udc, dei proporzionalisti balenieri che altro non bramano che far fuori Berlusconi e diventare loro l’ago della bilancia.
Essere determinanti. E’ un desiderio troppo forte, orgasmico quasi. Sono eccitati i vari Buttiglione, Casini, Baccini, ecc ecc. Pur di varare una legge elettorale a loro conveniente sono disposti a tutto, anche a cornificare i principi dichiarati per sessant’anni (o almeno per gli ultimi tredici) per saltare il fosso, come ebbe a dire il saggio democratico Follini qualche mese fa. E Veltroni sta al gioco, anzi, lancia l’amo…tenta, seduce. Una moderna Contessa di Castiglione, che per “amore dell’Italia” andava a letto con Napoleone III su mandato del cugino Camillo Cavour.
Noi stiamo a guardare, schifati e curiosi. La sensazione è che anche stavolta l’Italia sarà la solita Italietta, zimbello d’Europa.
Enzo Biagi se n’è andato. Dispiace, perchè era un bravo giornalista, un testimone del nostro tempo. Anche in questa triste circostanza, come è costume abituale da noi, abbiamo assistito ai soliti coccodrilli tutti uguali tra loro. Ricordi, esaltazioni postume, frasi fatte e banali. “Era il più grande, come lui nessuno”. Per carità, opinione rispettabile, peccato che abbiamo letto i soliti peana anche in occasione della dipartita di Montanelli e di tante altre penne della stampa nostrana. Pagine e pagine d’inchiostro per portare in trionfo, definendolo “voce della libertà“, un anziano signore che aveva avuto la possibilità di dire tutto quello che voleva quotidianamente alle 20.35 sul primo canale televisivo pubblico.
Enzo Biagi è stato un giornalista di parte (vedi Freedomland), non certo una voce di libertà, altrimenti pure Emilio Fede potrebbe essere definito allo stesso modo. Ed io francamente non me la sento. Biagi è stato colui che ha portato Benigni su Raiuno a parlar male di Berlusconi alla vigilia delle elezioni politiche del 2001, infischiandosene di ogni regola di par-condicio così cara ai suoi amici di sinistra. Enzo Biagi è colui che il 27 marzo 2001 (sempre in campagna elettorale, sottolineo) fu l’artefice del sottile e furbo colloquio con Indro Montanelli, il quale, con impensabile cattiveria e rancore fuori da ogni limite, definì il candidato del centro-destra “una malattia che si cura con il vaccino”. E Biagi sorrise e annuì. Non proprio un simbolo di libertà, o meglio, una libertà di parte. Già, perchè se muore la Fallaci, muore “una controversa interprete della storia e dell’attualità”, se muore Biagi (o Montanelli, è lo stesso), se ne va “un baluardo della civiltà”.
Non posso definirlo voce di libertà. Non è la mia libertà. Ai funerali, un coro intonerà Bella ciao.
E questa è una libertà che non mi appartiene.
e noi siamo sempre vigili su ciò che accade al Senato. La sfida finale, come dice Daw
Uno di fronte all’altro, come Leonida e Serse alle Termopili, come Attila e Leone Magno vicino Mantova. Il diavolo e l’acquasanta, il bene e il male, il sempre vecchio e il sempre giovane. Parole, anni di lotta, di antipatie, di contrasti.
Ora, l’ora è giunta.
NE RIMARRA’ UNO SOLO
E per i prossimi 1o giorni campali, il senatore sarà presente sul Blog per eccellenza, il re delle dirette live dal Senato. Parliamo ovviamente di
DAW
Eccezionalmente, in questa giornata di festa, pubblico ben due post. In questo vorrei proporvi due bei pezzi che personalmente condivido al 150%. Uno riguarda l’emergenza xenofobia, conseguenza di quanto sta accadendo in Italia negli ultimi tempi; l’altro, più profano, è sul ritorno di Luttazzi in tv. Francamente non ne sentivo la mancanza.
Complimenti alla mia fonte privilegiata d’ispirazione e di lettura, cioè DAW. Bravo anche allo scrittore dei post. Tosti al punto giusto, come piace a me
Oggi è il 4 novembre, la festa dell’Italia. La vera festa dell’unità, quella conquistata con il sangue di tanti e tanti ragazzi provenienti da tutta la Penisola. Calabresi, abruzzesi, molisani, siciliani. Erano giovani, contadini, spesso analfabeti. Venivano mandati al fronte, al Nord, in terre sconosciute. Al freddo delle Dolomiti venete e trentine, al vento gelido dell’estremo Friuli orientale per combattere in nome dell’Italia. Non sapevano neanche cosa fossero Trento e Trieste, non capivano cosa c’entrasse Cecco Beppe in tutto questo casino, non conoscevano la micidiale mitragliatrice austriaca. Non avevano mai visto una trincea. Eppure, eroicamente, resistettero. Nonostante la supponenza di certi comandi, abituati alla baionetta ottocentesca, i ragazzi italiani rimasero al loro posto. “Tutti eroi! O il Piave o tutti accoppati!”, si leggeva sul muro di una casa immersa nela campagna veneta.
E fu il Piave. Il 4 novembre 1918, il Generale Diaz, lesse alla radio, dalla sede del Comando Supremo dell’Esercito Italiano (oggi liceo classico Jacopo Stellini di Udine, dove nell’atrio è presente la targa con le frasi del comandante) il bollettino della vittoria. E’ grazie al sacrificio di questi ragazzi, di questi uomini di mezz’età, che oggi l’Italia può contare su ciò che le spettava e le spetta. Sì, è nazionalismo. Ma non me ne vergogno. Amo l’Italia e se questo è nazionalismo, ne sono orgoglioso. Checchè ne dica qualcuno. Grazie ragazzi, siete stati grandi.
E’ novembre, è il mese della finanziaria. E come l’anno scorso, insieme alle castagne e alle foglie che cadono, torna anche Pallaro, el senador oriundo che tanto fa penare Prodi e Berlusconi. L’anno scorso l’intraprendente bevitore di canarino, aveva bussato a Palazzo Chigi chiedendo (ed ottenendo) 14 milioni di eurini in più per gli italiani all’Estero. Romano fu praticamente costretto a sottostare al perentorio ordine pallariano, pena un voto in meno in quel circo orfeiano che è il nostro amato Senato della Repubblica.
Un anno dopo, l’argentino è tornato alla carica, ma questa volta ha portato con sé la corte dei miracoli, vare a dire gli altri quattro senadores “esteri” eletti nello schieramento union-prodiano. I cinque amici al bar (non quattro) hanno presentato un conto di circa 50 milioni di euro, centesimo più, centesimo meno. I quattordici stanziati quest’anno dal Governo non bastano. Ce ne vogliono almeno 36 in più, perchè è indispensabile finanziare le scuole, gli istituti italiani di cultura, l’assistenza sanitaria, i corsi di lingua. E pazienza che in Italia non ci siano soldi per tenere accesi i riscaldamenti nelle università. Chi se ne frega, tanto in Argentina adesso fa caldo, vero Senador?
Questa è l’ennesimo capitolo della “saga della felicità”, promessaci un anno e mezzo fa da Mortadella, mentre con il suo tir viaggiava lungo l’Italia, illuso pure lui di poter farci sognare. Aiutatelo. Nel frattempo, caro Romano, dovrai sorbirti l’ennesimo assalto pallariano. Siamo con te. Per pietà.
La storia si ripete. Una donna aggredita, seviziata, violentata, gettata in un fosso. La sua colpa? Nessuna, assolutamente. Chi era l’aggressore? un rumeno, come quasi sempre. Già, questi nostri “fratelli europei“, sono sempre più protagonisti di fatti di cronaca nera, dove impersonificano sempre il ruolo del carnefice, del delinquente. E’ la cruda verità. Spiace dirlo, ma non ci possiamo fare niente. Un giorno ci sono gli zingari (rumeni) che si rendono protagonisti di cose verognose, come l’assassino ubriaco che al volante ad Ascoli uccise quattro ragazzi. Un altro giorno c’è il giovanotto di turno che pensa bene di far fuori una povera donna.
Sarà un caso, certo, sta di fatto che in mezzo ci sono sempre loro. Beppe Grillo li definì una bomba ad orologeria, e io mi sento di condividere questa dura definizione. La Romania da poco è in Europa. Sciagura delle sciagure. Un Paese arretrato, politicamente inaffidabile, che non aveva una-dico-una carta in regola per entrare nel concerto delle nazioni con la bandiera blu stellata. Eppure, per mera opportunità politica (non lasciare l’Est nelle mani di Putin), Bruxelles decise di accelerare ogni procedura e di tapparsi entrambi gli occhi con enormi fette di mortadella. Occhio non vede, cuore non duole. Già, peccato che oggi si vedano i risultati di questa incredibile miopia degna delle diplomazie post prima guerra mondiale, dove tutto andava sempre bene, e non c’era mai nessun pericolo per i delicati equilibri continentali.
E’ ora di finirla con questo volemose bene, con questo venghino siori venghino, tanto le porte sono aperte. Basta, non se ne può più. E’ vero che alcuni Stati europei, sicuramente più lungimiranti e realisti di noi poveri italiani, hanno preso per tempo le dovute contromisure nei confronti dei rumeni, ma penso che il problema sia più profondo. Può quest’Europa accogliere tutti? Ne siamo proprio sicuri? Io no. Io avverso ogni cosmopolitismo idealista…per me non porta a nulla. Solo danni. Preferisco stare con i piedi per terra, e guardo sempre con maggiore scoramento a questo baraccone che è l’Unione Europea. Dico scoramento e non illusione, perchè io non ci avevo mai creduto. Mai.




