Oggi è il 4 novembre, la festa dell’Italia. La vera festa dell’unità, quella conquistata con il sangue di tanti e tanti ragazzi provenienti da tutta la Penisola. Calabresi, abruzzesi, molisani, siciliani. Erano giovani, contadini, spesso analfabeti. Venivano mandati al fronte, al Nord, in terre sconosciute. Al freddo delle Dolomiti venete e trentine, al vento gelido dell’estremo Friuli orientale per combattere in nome dell’Italia. Non sapevano neanche cosa fossero Trento e Trieste, non capivano cosa c’entrasse Cecco Beppe in tutto questo casino, non conoscevano la micidiale mitragliatrice austriaca. Non avevano mai visto una trincea. Eppure, eroicamente, resistettero. Nonostante la supponenza di certi comandi, abituati alla baionetta ottocentesca, i ragazzi italiani rimasero al loro posto. “Tutti eroi! O il Piave o tutti accoppati!”, si leggeva sul muro di una casa immersa nela campagna veneta.
E fu il Piave. Il 4 novembre 1918, il Generale Diaz, lesse alla radio, dalla sede del Comando Supremo dell’Esercito Italiano (oggi liceo classico Jacopo Stellini di Udine, dove nell’atrio è presente la targa con le frasi del comandante) il bollettino della vittoria. E’ grazie al sacrificio di questi ragazzi, di questi uomini di mezz’età, che oggi l’Italia può contare su ciò che le spettava e le spetta. Sì, è nazionalismo. Ma non me ne vergogno. Amo l’Italia e se questo è nazionalismo, ne sono orgoglioso. Checchè ne dica qualcuno. Grazie ragazzi, siete stati grandi.
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