Senza ipocrisia

8, Novembre, 2007 · 3 Commenti

Image HostingEnzo Biagi se n’è andato. Dispiace, perchè era un bravo giornalista, un testimone del nostro tempo. Anche in questa triste circostanza, come è costume abituale da noi, abbiamo assistito ai soliti coccodrilli tutti uguali tra loro. Ricordi, esaltazioni postume, frasi fatte e banali. “Era il più grande, come lui nessuno”. Per carità, opinione rispettabile, peccato che abbiamo letto i soliti peana anche in occasione della dipartita di Montanelli e di tante altre penne della stampa nostrana. Pagine e pagine d’inchiostro per portare in trionfo, definendolo “voce della libertà“, un anziano signore che aveva avuto la possibilità di dire tutto quello che voleva quotidianamente alle 20.35 sul primo canale televisivo pubblico.

Enzo Biagi è stato un giornalista di parte (vedi Freedomland), non certo una voce di libertà, altrimenti pure Emilio Fede potrebbe essere definito allo stesso modo. Ed io francamente non me la sento. Biagi è stato colui che ha portato Benigni su Raiuno a parlar male di Berlusconi alla vigilia delle elezioni politiche del 2001, infischiandosene di ogni regola di par-condicio così cara ai suoi amici di sinistra. Enzo Biagi è colui che il 27 marzo 2001 (sempre in campagna elettorale, sottolineo) fu l’artefice del sottile e furbo colloquio con Indro Montanelli, il quale, con impensabile cattiveria e rancore fuori da ogni limite, definì il candidato del centro-destra “una malattia che si cura con il vaccino”. E Biagi sorrise e annuì. Non proprio un simbolo di libertà, o meglio, una libertà di parte. Già, perchè se muore la Fallaci, muore “una controversa interprete della storia e dell’attualità”, se muore Biagi (o Montanelli, è lo stesso), se ne va “un baluardo della civiltà”.

Non posso definirlo voce di libertà. Non è la mia libertà. Ai funerali, un coro intonerà Bella ciao.

E questa è una libertà che non mi appartiene.

e noi siamo sempre vigili su ciò che accade al Senato. La sfida finale, come dice Daw

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