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“…Aveva uno spiccato senso dell’umorismo. Raccontava spesso barzellette e rideva a crepapelle. Ma il suo humor a volte non veniva capito, tanto era raffinato”.
No, non si tratta di Silvio Berlusconi, ma di Vladimir Ilich Ulianov, noto ai più come Lenin. A raccontare il padre della Rivoluzione del 1917 è stata sua nipote Olga Ulianova nel numero di Panorama in edicola.
Buona Pasqua a tutti i lettori del blog

Chantal Sébire, 52 anni, ha finito di soffrire. Da otto anni un tumore la faceva “vivere” tra sofferenze atroci, le aveva sfigurato il viso. Allergica alla morfina era Chantal. Ha lottato, ha sperato, ha tentato tutte le cure possibili. Desiderava vivere, l’aveva ammesso lei stessa. Se non altro per i tre figli. Ma a tutto c’è un limite. Chantal si chiedeva il senso della vita, di quella vita che le macchine o dosi equine di farmaci avrebbero un po’ allungato. Una vita buia, spenta, con davvero poco senso. Non sarebbe stata serena, non avrebbe potuto godere degli affetti più cari. Distesa su un letto, magari intorpidita, sofferente come non mai. No, il senso non lo trovo. Non capisco davvero perchè si debba a tutti i costi vegetare. Chi vi scrive pensa, e lo ha già detto più volte, che questa non sia vita, bensì pre-morte. Vivere è muoversi, leggere, scrivere, guardare, pensare, lavorare, piangere, ridere. Divorati dal male fisico e psichico, attaccati ad una macchina, imbottiti di farmaci per alleviare il dolore è essere oltre la vita, è soffrire e basta. Inutilmente. L’unica possibilità per Chantal era quella di “essere indotta in coma farmacologico”. Bella roba, davvero un futuro radioso le si prospettava. Non sentiva più gli odori, non vedeva più, non sentiva più i sapori.
Ma per la legge (francese in questo caso, ma vale per tutta Europa tranne Olanda, Belgio e forse Lussemburgo), lei doveva rimanere nel nostro Mondo. Assolutamente. In coma, certo. Perchè è giusto così. E’ giusto che Virginie, Vincent e Mathilde (tredicenne) vedessero la loro madre in quello stato. Consumandosi a poco a poco spossata da dolori lancinanti ed insopportabili. “Io domando di essere accompagnata alla morte come se fosse un atto di amore. Vorrei morire nella mia casa, circondata dai miei figli. Non voglio smettere di respirare dentro una stanza anonima di un hotel di Zurigo, né voglio impiegare mezzi che possano mettere a repentaglio la vita di altre persone o traumatizzare la mia famiglia”, aveva supplicato. Ma i giudici di Digione non hanno acconsentito alla morte con dignità. Già, è proprio questo il nocciolo della questione: la dignità. Perchè un essere umano non deve essere libero di decidere della propria esistenza? Perchè io non posso decidere di morire quando mi pare e mi piace, quando il futuro che mi si prospetta è niente di più che un’agonia? Perchè in Italia non si può fare il proprio testamento biologico? Siamo nel 2008, eppure c’è chi dice che non si può. Che la vita, più che un diritto, è un dovere, un’imposizione. Che va vissuta anche quando non è più vita, ma pre-morte, stato vegetativo. Tra morfina (se siamo fortunati a non essere allergici), tubi, cannule, aspiratori.
Un gran bel vivere, davvero. Eppure a tanti piace così. A me no, e spero di poter decidere (se del caso) come e quando dire basta. Non è suicidio, è solo esercizio di un diritto. La dignità, prima di tutto.
Non cambieranno mai. C’è sempre un odio profondo, viscerale, difficile da eliminare. A sinistra, celandosi dietro la satira, credono di poter far tutto. Insultare, diffamare. Pesantemente. L’amico di Santoro, tale Vauro, autore rinomato di vignette che ridere fanno ben poco, stavolta l’ha fatta fuori dal vaso. Un “ritratto” razzista, vergognoso e pure scadente della giornalista Fiamma Nirenstein, che è colpevole di essere candidata con il Popolo delle Libertà. Notare i particolari: quel piccolo marchio con la stella di David sul petto della Nirenstein è qualcosa di infame. A tutto c’è un limite. Per non parlare dell’accostamento della stella con il simbolo del Partito Fascista e con quello del Popolo delle Libertà. Qualche solone snob che ama tanto certa stampa e certa satira ci spieghi per cortesia dove sta l’ilarità di questa cagata. Io francamente non la vedo. L’unica cosa che percepisco è la tristezza di Vauro. Uno che ha bisogno di attaccare la Nirenstein definendola “mostro elettorale” quando in casa ha chi si divertiva a sfasciare le vetrine non deve essere sereno. Speriamo che almeno ci risparmino il Vauro’s moment in tv. Sopravviveremo lo stesso. E’ censura? Sì, e chi se ne frega. Qualche volta è meglio che certa gente non apra bocca, non scriva, non disegni. Solidarietà, ma è superfluo dirlo, a Fiamma Nirenstein.Scrive bene Enzo Reale su 1972: “I giochi a Pechino non avrebbero mai dovuto essere assegnati. Non c’era bisogno di una nuova repressione per sapere come i cinesi trattavano le minoranze etniche e i loro stessi cittadini”. Infatti, non ce n’era proprio bisogno. Eppure l’8 agosto prossimo dallo Stadio Olimpico della capitale asiatica echeggeranno i soliti discorsi del nulla, vuoti sproloqui che richiameranno tutti alla fratellanza, alla pace ed alla tolleranza. Lo spirito dei giochi, si dirà, deve aleggiare su tutti, indistintamente. Si accenderà il braciere e tutti faranno festa felici e contenti. Sarà l’ennesima ipocrisia occidentale: baccanali in quel di Pechino e pulizie etniche a qualche migliaio di chilometri di distanza. Si sa, il gigante asiatico è troppo importante, non bisogna disturbarlo…non si sa mai, potrebbe reagire male. E’ talmente fondamentale l’amicizia cinese che il Dipartimento di Stato americano ha vergognosamente deciso di cancellare Pechino dalla lista nera dei Paesi che violano i diritti umani. E’ la politica, bellezza, certo. Ma fa un po’ schifo. Un po’ tanto. Ci vuole forse una nuova Tienanmen perchè il globalizzato, civile e snob mondo occidentale apra finalmente gli occhi e, soprattutto, la bocca sul genocidio messo in pratica dai cinesi? Basterebbe meno, stavolta. Ma forse conviene poco, a qualcuno.
- Consiglio per la lettura un bel post di Jack da Binario Unico
Perchè questa donna non è stata candidata nelle liste del Popolo della Liberta? Credo ci sarebbe stata benissimo, visti alcuni soggetti accolti dalle braccia sante del Cavalier Berlusconi che siederanno in Parlamento dal prossimo aprile. Peccato!
“La Grande Russia ha saldato per sempre, un’Unione indivisibile di repubbliche libere! Viva l’unita e potente Unione Sovietica fondata sulla volontà dei popoli!”. Così inizia l’imponente inno sovietico, che sarà sicuramente molto caro agli aderenti del “Partito di Alternativa comunista“, lista candidata alle elezioni politiche del prossimo aprile. Fin qui niente di strano: come esistono duecento nanetti post-democristiani, così ogni giorno viene alla luce qualche falcemartellino. Pazienza, è la politica italiana. Questo sedicente Pdac è però davvero interessante, meriterebbe uno studio particolare, perchè è qualcosa fuori dal Mondo. Basta guardare il sito o leggere il programma elaborato dal “Comitato Centrale” . Già le parole della candidata premier, Fabiana Stefanoni, fanno capire di cosa stiamo parlando: “Il nostro è un partito impegnato nelle lotte, è lì che sta il baricentro di chi vuole rovesciare con la rivoluzione questa società corrotta; non crediamo che la soluzione per i lavoratori possa venire dalle urne: tuttavia, da leninisti, pensiamo che il momento elettorale possa costituire un’ottima tribuna di propaganda del programma dei rivoluzionari [...]“. La signora è una trentenne insegnante (precaria, aggiunge lei), e fa davvero specie che nell’Anno Domini 2008 ci sia ancora qualcuno che possa aggrapparsi alle idee della mummia imbalsamata.
Orgogliosamente leninisti, rivoluzionari per l’abbattimento della società capitalista. Sono contro a tutto, sono opposizione tout-court. Via le truppe di guerra, conversione delle caserme in centri sociali, “creazione di un fronte unico di lotta tra lavoratori della scuola e studenti”, “abolizione del diritto di obiezione di coscienza per i medici”. Insomma un concentrato di ideologismo vecchio di quasi un secolo, un internazionalismo scaduto come il latte dopo qualche giorno. Tuttavia c’è un punto di contatto con Berlusconi, perchè il PdAc è anti-stalinista. Il loro modello di riferimento è il bolscevismo.
Come dar loro torto, in un mondo globalizzato come quello in cui bene o male viviamo, non c’è nulla di meglio che sovietizzare la società. Collettivizzare, nazionalizzare, rovesciare tutto. Evidentemente la storia non insegna nulla, le utopie fanno fatica a morire. Afferma la leader: “Non solo difenderemo la falce e martello, ma per la prima volta nella storia d’Italia cercheremo di fare in modo che sulle schede elettorali compaia anche il simbolo della lotta anti-statalista del bolscevismo, cioè il quattro, che sta ad indicare il richiamo alla IV Internazionale fondata da Trotsky“. Quindi comunisti duri e puri, con il pugno perennemente chiuso.
Talmente comunisti da aver ceduto al piccolo capitalismo: qualche gadget messo in vendita sul sito. Vabbè, anche i bolscevichi devono modernizzarsi (almeno in qualcosa).
Daw lo aveva previsto. “Distanti un soffio dal PdL”. Così il vicesegretario del Pd, Franceschini, si è espresso leggendo i dati forniti dalla nota casa di sondaggi SWG. Lasciamolo pure a crogiolare in questo brodo di giuggiole che il fedele istituto triestino gli ha preparato con tanta cura. Sì, perchè solo e soltanto la Swg tratteggia un recupero formidabile della taumaturgo’s band. Le brutte notizie infatti piovono come bombe sul Loft romano. Ilvo Diamanti evidenzia il mancato - o lo scarso - apporto dei Radicali: da soli, nel rilevamento di febbraio, valevano lo 0,8; ora che sono conteggiati assieme al Pd, il partito di Veltroni ha perso lo 0,8 anziché guadagnare. Bell’affare per entrambi, complimenti. Quest’analisi è condivisa pure dal simpatico Piepoli, il quale sottolinea come “il Pd stava recuperando sul centrodestra, poi dopo l’ingresso nelle liste dei Radicali si è fermato e ha smesso di salire”. Ora il distacco sarebbe sugli otto punti, un’enormità irrecuperabile anche per i dispensatori di miracoli come Uolter. Lorien Consulting, altra fabbricatrice di numeri, dà addirittura Berlusconi in crescita di un 1,4% rispetto alle precedenti rilevazioni. Tutti contro la ex filo-diessina Swg, quella che nel 2000 garantì a D’Alema la vittoria in 8 regioni e la possibilità di conquistarne almeno 2 di quelle incerte (alla fine la sinistra ne vinse 7).
Giustamente il Cavaliere, interpellato a proposito, ha definito “sondaggisti di corte” certi esperti numerai, così buoni verso certe parti politiche. Immediata e sdegnata la replica del dipietrino (o dipietrista?) Giulietti: “difendo i serissimi professionisti dell’Swg”. Vabbè, faccia pure. Basta e avanza quanto ha affermato dalle colonne del suo blog, il silurato Peppino Caldarola, troppo intelligente per essere ricandidato: “Leggo che i socialisti di Boselli sono quasi al 4%, il Pd di Veltroni è a meno quattro dalla PdL di Berlusconi ed io questa mattina sento di essere più alto di qualche centimetro, vedo i primi capelli biondi sulla mia testa quasi pelata e gli occhi si stanno schiarendo”. Appunto. Basterebbe questo per confermare ancora una volta come i novelli partitodemocraticini vivano in un mondo tutto loro, fatto di paesaggi mozzafiato, gnomi che corrono, aria pulita, sole splendente.
Tutto va bene da loro. L’ecumenismo un po’ cosmopolita alla Alessandro Magno. La diffusione di un linguaggio universale, il veltronese. Pace e bene a tutti, amore e fratellanza, è giusto questo ma anche quello. Che bello, peccato sia finto, irreale, come quasi tutti i più bei sogni. Prima o poi bisogna svegliarsi.
Oggi è l’11 marzo 2008. Tra un mese e due giorni si apriranno gli scatoloni di cartone (altrimenti conosciuti con il macabro sostantivo “urne”) per ricevere le schede elettorali dei poveri frastornati cittadini della Repubblica Italiana. Oggi sono scaduti i termini per la presentazione delle liste, quegli elenchi dove sono stampati i nomi dei prossimi membri della casta, fortunati compatrioti che poseranno le terga sulle vellutate poltrone parlamentari in cambio di lauto compenso. E vabbè, che dobbiamo farci. C’est la vie, ci sono i dannati e ci sono gli eroi, diceva quel vecchio film di John Ford. Non piangiamoci addosso, è del tutto inutile. Tuttavia, qualcosa si può dire. La campagna elettorale è partita, e con essa hanno iniziato la loro missione da pravda i ben noti quotidiani italici, pronti a dire il falso sulla compagine berlusconiana, tanto per cambiare (si veda storiella inventata sul programma strappato). Sono partiti i tour in giro per l’Italia, con Veltroni che va a lodare il Nordest e con Fini che scalda le fredde piazze del centro Italia.
Chi vi scrive assiste con curiosità a tutto ciò. Mi piace la politica, e non è un mistero. Guardo, leggo, mi informo. Rido e mi incazzo. Sono di destra, da sempre. E per questo, coerentemente, il prossimo 13 aprile mi presenterò al seggio. Ritirerò la scheda e la matita (si spera appuntita stavolta). E annullerò le schede. Orgogliosamente, ma con un gran magone. Sì, non posso fare altrimenti stavolta. E’ una scelta maturata da tempo, da almeno un anno. Speravo che qualcosa potesse cambiare, che dall’alto una folgorazione colpisse i leaders del cosiddetto centrodestra del Belpaese. Niente. Solo casino, barzellette, stupidaggini e liti. Nulla è cambiato. Certo, è nato il Popolo delle Libertà, contenitore in stile Domenica In (o Buona Domenica, tanto è lo stesso) dove hanno trovato riparo tutti: da Dini a Giovanardi, dalla Mussolini a Rotondi. E oggi pure il figlio della Lupa un po’ cresciuto Ciarrapico, fiero di essere un seguace di Benito Magno. Anno del Signore 2008, anche questa è Italia.
Dicevo prima che sono di destra. Sì, assolutamente. E non ho cambiato idea; semplicemente nel nostro Paese non c’è la destra che voglio io, la destra moderna, la destra che non si vergogna di combattere per i diritti dell’uomo (civili e politici). Non c’è una destra che sappia ispirarsi ai modelli che negli ultimi anni si stanno imponendo in Europa (Francia, Svezia, Germania, probabilmente Inghilterra). Io non sono laicista, sia chiaro. Tutt’altro, per formazione anche personale mi ritengo cristiano. Tuttavia penso che, come peraltro diceva Gesù Cristo, le due spade vadano separate: Stato da una parte e Chiesa dall’altra, nel rispetto reciproco. Questo concetto la destra italiana non lo comprende. C’è la corsa a proclamarsi eredi della Democrazia Cristiana, come se ciò fosse un vanto, un privilegio. Il “partito dei cattolici”, si sente dire in queste settimane. E chi non è cattolico non può essere di destra in Italia? Sembra tutto surreale. Il Partito dei liberali, dice Silvio Berlusconi. Quali liberali? Quelli del tassinaro Bittarelli? Quelli del protezionista Tremonti? O quelli dei silurati Capezzone, Biondi, Iannuzzi, Del Pennino e Sterpa?
Qual è il modello di partito che ha in mente il Cavaliere? E’ facile e comodo parlare di “popolo delle libertà”. Anche i comunisti (a parole e a modo loro) erano per la libertà. Poi però bisogna andare a vedere chi fa parte di quel popolo. A mio parere il centrodestra ha perso la capacità di far sognare; sta arrancando, ripetendo vecchi slogan e vecchi programmi. Vincerà le elezioni, ma difficilmente potrà portare qualcosa di nuovo. Sarà la solita minestrina. Non che dall’altra parte stiano meglio, anzi. Il Piddì è il peggio del peggio, assolutamente distante secoli luce dalla mia persona. Una messa in scena dove, sotto l’ecumenismo di Veltroni, si celano i sedici ministri del fu governo Prodi, quello che ha ridotto l’Italia in queste condizioni.
Ma stavolta non mi turerò il naso come nel 2006, non scenderò a compromessi, non ne ho la necessità. Schiena dritta e mente pensante. Mi spiace molto, ma non posso fare altrimenti. Sarà, spero, per la prossima volta.
Le Camere sono state sciolte un mese fa, eppure le proposte di legge continuano ad inondare gli uffici della Roma-politica. Il Magazine del Corriere della Sera ci segnala 126 richieste presentate in Parlamento che non avranno futuro, ma che meritano attenzione per la loro ilarità. Insomma, qualche risata fa sempre bene.
Scopriamo così che il radicale Maurizio Turco ha proposto “l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale”, mentre il post Dc Cutrufo si è ambiziosamente cimentato nella richiesta di “un’Assemblea costituente per la revisione della parte II della Costituzione”. Il leghista Grimoldi chiede invece che venga esaudito un piccolo desiderio: “l’istituzione del museo storico dei motori e della locomozione”. Il celebre Franco Grillini pensa invece che sia giunto il momento di istituire “l’Albo dei sessuologi”; il rifondarolo Migliore ritiene più consono un “Albo dei fisici”. Claudio Maderloni (Sinistra democratica) vorrebbe “misure per il sostegno alla produzione della frutta in guscio”. Avrà qualche piantagione (si dice piantagione?) di noci e nocciole.
Ma ora viene il bello. Rina Gagliardi, quella del “governo di merda”, propone “l’istituzione di un Ente nazionale per il sistema delle orchestre giovanili e infantili”. Il costituente di centro Marcazzan pretende che lo Stato spenda 15 milioni di euro l’anno per incentivare le scuole che adottano il grembiulino. Sorprende invece la manifesta mondanità di Milziade Caprili, integerrimo vice presidente uscente del Senato: “una proposta di legge per sostenere le manifestazioni legate al Carnevale”. D’altronde è viareggino, lo perdoniamo. L’avellinese Raffaele Aurisicchio ambisce all’istituzione di “un parco nazionale geominerario delle zolfare di Tufo e Altavilla Irpina”, mentre il salernitano Brusco (Fi) sarebbe interessato alla “concessione di un contributo all’associazione “Joe Petrosino di Padula”. Il compagno di partito Misuraca, molto più spartanamente, chiede “l’istituzione di zone franche per Gela e Caltanissetta”. Peggio dei leghisti, anche perchè l’azzurro Ferrigno chiede allora misure analoghe “per i comuni di Partinico, Trappeto, Terrasini, Carini, Isola delle Femmine e Capaci”. Andando sul serioso, il bertinottiano Claudio Grassi chiede “l’istituzione di una Commissione Parlamentare per i fatti verificatisi a Reggio Emilia il 7 luglio 1960″. L’ulivista Garraffa dev’essere un bibliofilo: ha proposto infatti “sostegno alle piccole librerie. 15 milioni di euro l’anno per rallentare la grande centrifuga dell’editoria”.
Eh sì, siamo proprio in buone mani.
Diritti della persona, dell’individuo. In Italia se ne parla poco e male. Tutto è uno show, una spettacolarizzazione, tra scioperi della sete farlocchi e incatenamenti vari. Le grandi conquiste civili sono invece quasi sempre sottaciute, messe in un angolino. Pochi applausi per i moderni conquistadores. Così è stato anche per Tina Lagostena Bassi. Molti l’hanno conosciuta in tv, dove faceva parte dei giudici di Forum. Ma Lagostena Bassi è stata anche e soprattutto altro. E’ stata una campionessa nell’affermazione dei diritti della donna. Ha rotto tabu medievali, ha sconfitto il maschilismo della magistratura italiana, che vedeva nella donna una tentatrice, una provocatrice. E’ lei che ha introdotto la parola “stupro”. In quel lontano 1979, la sua arringa contro i mostri del Circeo si concluse così:“Se la donna viene trasformata in un’imputata, si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale. Secondo me è umiliare una donna venire qui a dire non è una puttana… una donna ha diritto di essere quello che vuole, senza bisogno di difensore, e io non sono difensore della donna, io sono l’accusatore di un certo modo di fare i processi per violenza, ed è una cosa diversa… Tutto si cerca di sporcare” . Il capovolgimento di un mondo imbalsamato, statico. Da sepolcro imbiancato. Solo trent’anni fa, eppure questo bisognava gridare con forza nella pseudo-moderna Italia. L’affermazione e l’emancipazione della donna, un pensiero fisso. Troppo sbrigativo definire Tina Lagostena Bassi una “femminista”. Semplicemente con le sue parole dure, crude, imperative, ha squarciato un velo d’ipocrisia che vedeva nella donna solo un mezzo a servizio dell’uomo, una Maddalena e nulla di più. E’stata tra le fondatrici del Telefono Rosa.A sinistra, dalle parti del Loft, la pace è guerreggiata. Fuori è tutto un sorriso, con Veltroni calato appieno nel ruolo del Pontefice laico (laico?) della cosiddetta nuova sinistra, dispensatore di sogni e copione del tanto dileggiato contratto berlusconiano del 2001. Dentro, invece, volano gli stracci. Dopo settimane di tira e molla e di contraddizioni con Di Pietro, con i Radicali che non erano accattoni ma che poi lo sono diventati sentendo il profumo delle vellutate poltrone, con i Socialisti cacciati e con la nota (o pseudo nota) società civile, oggi la stroncatura è arrivata da una delle illuminate menti del Piddì, da quel Gianfranco Pasquino che è un totem per gli studiosi (e gli studenti) di scienza politica. “Abbiamo perso le elezioni comunali a Milano candidando a sindaco un prefetto, Bruno Ferrante. Pensiamo forse di vincere le politiche raddoppiando i prefetti e aggiungendo un generale?”
A giudizio di chi vi scrive, è tutta qui la drammatica e divertente realtà del piddì. Uno scatolone in cui Uolter ha messo di tutto: dalla Binetti all’esponente di GayLeft, da Veronesi agli altri teodem. Dal forcaiolo Di Pietro al garantismo di Emma Bonino. Da quelli che sventolano l’iride pacifista al generale di corpo d’armata Del Vecchio. Dall’operaio della Thyssen al falco Calearo. E’ tutto e il contrario di tutto, alba e tramonto, sole e luna. Bianco e nero. Vero che gli opposti si attraggono (così almeno si dice), ma qui siamo davvero in presenza di un contorcimento psichico di difficile spiegazione. Laici ma anche cattolici. Con i lavoratori e con gli industriali. Zuppa e pan bagnato. Mah, si ha poco da aggiungere. Il manifesto veltroniano è chiarissimo nella sua ambiguità: un po’ di Obama qua, un pizzico di Zapatero là. Il tutto diluito con sano clericalismo in salsa teodem. Tutto è pronto per un cocktail micidiale, una carnevalata esilarante che vorrebbe governare la derelitta Italia a colpi di sogni, quegli stessi sogni che perfino Berlusconi ha deciso di abbandonare.
Ora ci prova Uolter, con la forza della disperazione. Sa di perdere le elezioni, ma le vuole perdere bene, vuole poter entrare nei libri della storia come l’uomo della svolta, l’inauguratore della terza repubblica. Difficilmente ci riuscirà, perchè l’apparato del Pd non è altro (e l’abbiamo già sottolineato altre volte) che la somma di post Dc e di post Pc. Lo stesso miscuglio freddo che ha sorretto, come ha potuto, Romano Prodi. E i risultati si sono visti. Anche Veltroni subirà i ricattini delle varie fronde, delle correnti cresciute con il senso dell’ideologia. E per questa hanno (chi più, chi meno) campato per decenni. Queste cose sono dure da sconfiggere, da abbattere.
E anche il taumaturgo presto se ne accorgerà. Eleveremo preci per lui. Ad maiora!
Il Generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio è un grande uomo. Tra i numerosi incarichi ricoperti, si segnalano il comando della Brigata multinazionale nord in Bosnia-Herzegovina (1997), il comando del contingente italiano in Macedonia (1999), il comando della Brigata multinazionale ovest in Kosovo (sempre nel 1999) e il comando dell’Isaf in Afghanistan nel 2005-2006. Ha retto e sopportato tutte le critiche che piovevano da ben noti settori del nostro variegato schieramento politico, ha difeso i militari quando parlamentari e ministri chiedevano il loro rientro e li attaccavano per essere espressione del patto di sangue Berlusconi-Bush.
Oggi si apprende che il generale Mauro Del Vecchio sarà candidato alle elezioni per il Partito Democratico. Con la sinistra. Chapeau.



