
Chantal Sébire, 52 anni, ha finito di soffrire. Da otto anni un tumore la faceva “vivere” tra sofferenze atroci, le aveva sfigurato il viso. Allergica alla morfina era Chantal. Ha lottato, ha sperato, ha tentato tutte le cure possibili. Desiderava vivere, l’aveva ammesso lei stessa. Se non altro per i tre figli. Ma a tutto c’è un limite. Chantal si chiedeva il senso della vita, di quella vita che le macchine o dosi equine di farmaci avrebbero un po’ allungato. Una vita buia, spenta, con davvero poco senso. Non sarebbe stata serena, non avrebbe potuto godere degli affetti più cari. Distesa su un letto, magari intorpidita, sofferente come non mai. No, il senso non lo trovo. Non capisco davvero perchè si debba a tutti i costi vegetare. Chi vi scrive pensa, e lo ha già detto più volte, che questa non sia vita, bensì pre-morte. Vivere è muoversi, leggere, scrivere, guardare, pensare, lavorare, piangere, ridere. Divorati dal male fisico e psichico, attaccati ad una macchina, imbottiti di farmaci per alleviare il dolore è essere oltre la vita, è soffrire e basta. Inutilmente. L’unica possibilità per Chantal era quella di “essere indotta in coma farmacologico”. Bella roba, davvero un futuro radioso le si prospettava. Non sentiva più gli odori, non vedeva più, non sentiva più i sapori.
Ma per la legge (francese in questo caso, ma vale per tutta Europa tranne Olanda, Belgio e forse Lussemburgo), lei doveva rimanere nel nostro Mondo. Assolutamente. In coma, certo. Perchè è giusto così. E’ giusto che Virginie, Vincent e Mathilde (tredicenne) vedessero la loro madre in quello stato. Consumandosi a poco a poco spossata da dolori lancinanti ed insopportabili. “Io domando di essere accompagnata alla morte come se fosse un atto di amore. Vorrei morire nella mia casa, circondata dai miei figli. Non voglio smettere di respirare dentro una stanza anonima di un hotel di Zurigo, né voglio impiegare mezzi che possano mettere a repentaglio la vita di altre persone o traumatizzare la mia famiglia”, aveva supplicato. Ma i giudici di Digione non hanno acconsentito alla morte con dignità. Già, è proprio questo il nocciolo della questione: la dignità. Perchè un essere umano non deve essere libero di decidere della propria esistenza? Perchè io non posso decidere di morire quando mi pare e mi piace, quando il futuro che mi si prospetta è niente di più che un’agonia? Perchè in Italia non si può fare il proprio testamento biologico? Siamo nel 2008, eppure c’è chi dice che non si può. Che la vita, più che un diritto, è un dovere, un’imposizione. Che va vissuta anche quando non è più vita, ma pre-morte, stato vegetativo. Tra morfina (se siamo fortunati a non essere allergici), tubi, cannule, aspiratori.
Un gran bel vivere, davvero. Eppure a tanti piace così. A me no, e spero di poter decidere (se del caso) come e quando dire basta. Non è suicidio, è solo esercizio di un diritto. La dignità, prima di tutto.






