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“E’ una questione di democrazia”. Questo il secco e chiaro commento di Vincenzo Visco, ancora per qualche giorno viceministro dell’Economia. Sì, democrazia è pubblicare in internet gli elenchi delle dichiarazioni dei redditi di tutti i contribuenti italiani, dal vip di turno al postino vicino di casa. Inutile dire che il sito dell’agenzia delle Entrate è andato in tilt, visto che gli italiani, guardoni come sono, si sono catapultati a sbirciare nei conti altrui. Democrazia. C’è chi parla di trasparenza, invece. Perchè urlare ai quattro venti quanto guadagna Tizio piuttosto che Caio è trasparenza. Una trasparenza dovuta. Senza parole. E’ l’ultimo atto (in verità il tutto era già pronto a gennaio) dell’apocalittico governucolo-Prodi. In piena linea stalinista, Visco si dichiara stupefatto delle polemiche. E’ tutto normale, cosa volete che sia intrufolarsi nella tanto decantata privacy del cittadino! Su, un po’ di elasticità! Stendiamo un velo pietoso. Fortunatamente, il Garante Francesco Pizzetti ha imposto lo stop alla messa on line degli elenchi.

“L’iniziativa dell’agenzia delle entrate non è mai stata sottoposta all’attenzione del Garante della privacy”.

Evidentemente, qualcuno ha pure raccontato balle. Coraggio, è l’ultimo atto, il canto del cigno, come dice qualcuno. Tra pochi giorni, sarà tutto un ricordo, lontano.

L’ultimo Sindaco di destra della Capitale d’Italia fu Giovanni Orgera. Era il Governatore dell’Urbe di nomina fascista. Più di sessant’anni dopo, democraticamente, Gianni Alemanno sconfigge il bollito d’oro, Er piacione Rutelli, già per due mandati Mayor of Rome. Non aggiungo niente di più per oggi. Lo stordimento è palese, e credo giustificato. Mai e poi mai avrei pensato di vedere sconfitta la cricca veltroniana-bettiniana per mano non di un big, ma di un onesto portatore d’acqua. Chapeau, Signor Sindaco.

Ora lo possiamo dire: l’ambigua politica estera di Max D’Alema è chiusa, finita. Finalmente. Quello che è accaduto ieri al Palazzo di Vetro lo fa capire molto bene. Il viceambasciatore libico, tale Ibrahim Dabbashi si lancia in una ben poco diplomatica comparazione tra i lager nazisti e i campi profughi palestinesi a Gaza. Immediatamente i rappresentanti di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia si levano l’auricolare, si alzano e se ne vanno senza proferir parola. Grande anche la prestazione del “nostro” Marcello Spatafora, diplomatico di razza. Appellandosi ad una procedura straordinaria ha preteso, indignato, l’immediata interruzione della riunione, ottenendola. Da questo episodio, piccolo o grande che sia, si comprende come sia tramontata l’epoca del dalemismo, condotta alquanto opinabile in politica estera. Più vicini ai paesi fabbricatori di terroristi che alle vittime di questi, a braccetto con gli hezbollah e zero parole di condanna a chi un giorno sì e l’altro pure auspica la sparizione dalla cartina geografica dello Stato di Israele.

Spatafora ha agito d’istinto, da consumato frequentatore di ambienti diplomatici. Sono però convinto che se ne avesse avuto la possibilità, l’uscente Max glielo avrebbe impedito, in nome del bilancino andreottiano: sì ai palestinesi e sì agli israeliani. Cerchiobottismo fine a se stesso. Inutile e subdolo. Ora, con Berlusconi dominus della Farnesina le cose cambieranno: non spetta a me dire se in meglio o in peggio. Quel che è certo è che almeno ci sarà chiarezza. Si capirà (si tornerà a capire con nettezza) da che parte sta l’Italia.

E così, chiude pure il Loft. La ritirata veltroniana è completa, a questo punto. Ce l’avevano presentato come l’open space simbolo del nuovo modo di fare politica, la culla dei riformismi. Quel lontanissimo 9 novembre 2007, mentre Uolter schizzava i fotografi con un magnum di spumante, i volti felici dei piddini facevano presagire ad una nuova era. Quelli del Loft, una categoria. Un modo di essere, di vivere. Un modo di rapportarsi alla quotidianità. Rimarranno nella mente quelle scale strette strette che conducevano gli alleati nanetti al trono pontificale del taumaturgo, dispensatore di miracoli e grazie, nonché di posti. Pochi, ma pur sempre posti. Da quelle scale Emma Bonino urlò “non sono un’accattona”, salvo smentirsi dopo aver raggiunto la cima. Quante volte il povero Bettini ha dovuto, affannosamente, andare a mediare tra un Boselli e un Pannella. Tutto finito.

Trasloco in vista. Entro due settimane i democratics di casa nostra si trasferiranno nella vecchia sede della Margherita, a due passi da Montecitorio. Dell’open space rimarranno i ricordi: belli o brutti, ma pur sempre ricordi. Raccontano addirittura che ci sia stato un esorcismo (vero, nella chiesa di S.Anastasia) per scongiurare la vittoria berlusconiana alle elezioni. Immaginiamo la scena: Rosy Bindi e Paola Binetti inginocchiate a supplicare la salvezza (loro). Evidentemente, non sono state ascoltate. Forse è anche per questo che hanno deciso di sloggiare. Insieme ai ricordi rimarrà pure Ermete Realacci, il simpatico sosia della succitata Bindi.

No, non è un modo di dire: ci rimarrà sul serio, lo lasciano lì in quanto “capo del settore comunicazione”. Speriamo non si senta solo

Silvio Berlusconi può dormire sonni tranquilli. Lo può fare perchè a sinistra non stanno capendo niente. Non mi riferisco solo alla sinistra “moderna”, quella di Veltroni & co, quella delle feste del cinema, del si può fare e del questo ma anche quello. No, penso anche alla sinistra più pura, quella rossa rossa, clamorosamente travolta alle elezioni della scorsa settimana e cancellata dal Parlamento, per la prima volta dopo la fine del regime fascista (e già si capisce molto da questo riferimento storico-temporale). Come era prevedibile, a pochi giorni dalla non prevista debacle, si sono visti aleggiare coltelli (più o meno lunghi) sulle teste dei dirigenti sconfitti. Congressi immediati, riunioni di fuoco, urla, pianti e stracci che volano. Rifondazione Comunista, la gloriosa creatura bertinottiana, che per un decennio ha avuto il potere di vita o di morte su qualunque governo sinistro, è dilaniata dalle guerre intestine. Da una parte l’umiliato Giordano, costretto a farsi da parte mestamente, dall’altra Ferrero, pietoso ministro della saga prodiana, che ieri ha ottenuto la maggioranza nell’assise convocata d’urgenza a Firenze. Non è però che gli altri ex (?) arcobalenisti siano messi molto meglio, anzi. I Verdi devono fare i conti con le accuse-bomba piovute addosso allo sciagurato Pecoraro Scanio, indegno poltronaro del fortunatamente defunto esecutivo-Mortadella. Uno dei peggiori ministri della storia ha forse concluso definitivamente la propria carriera politica. Si spera, almeno. Dall’altro angolo della Piazza Rossa, Diliberto, capoccia dei Comunisti Italiani, manda appelli alle compagne ed ai compagni, “non arrendersi mai”, e avverte minaccioso e incazzato che mai più si dovrà fare a meno della falce e del martello. Nunca más,insomma.

Ecco, già da qui si comprende perchè la sinistra sia giunta ad un punto di non ritorno. Arrovellarsi sulla falce e martello è da disperati. Come possono ancora credere che un feticcio, ormai svuotato di ogni significato storico e politico, possa identificare un popolo (quello della sinistra, of course) nell’anno del Signore 2008? Sono veramente convinti che la gente voti in base ad un logo, ad un segno di appartenenza che oggigiorno appare sempre più sbiadito? Pensano sul serio che il tracollo nelle urne sia dovuto all’assenza di quel simbolo sulle schede elettorali?

Beh, se la risposta è positiva a queste poche domande, significa che il Cavaliere potrà stendere il suo mantello sull’Italia per tanti e tanti anni. La sinistra cosiddetta antagonista non sarà più un problema.

Lo giuro: se, come sembra, Sandro Bondi, noto poeta di Fivizzano, diventerà prossimo Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, il sottoscritto Senatore prenderà la tessera del Partito Comunista dei Lavoratori di Marco Ferrando. Se la lista che mette on line Repubblica è vera (con l’eterea Brambilla all’Ambiente e la grande Poli Bortone mandata a fare le pulizie alle Politiche comunitarie, senza portafoglio), Berlusconi III (o IV, dipende dai punti di vista) inizia male.

L’Economist, che si definisce “authoritative weekly newspaper”, non riesce a vivere senza Silvio Berlusconi. Da almeno sette anni gli dedica copertine, servizi, reportage, inchieste. Tutto, ovviamente, per raccontare al britannico medio quanto il Cavaliere sia unfit. Attendevamo quindi una sapiente desamina del risultato elettorale, che è puntualmente arrivato. “Mamma mia”, è il titolo dell’articolo. Leggendolo, dopo una veloce cronaca del risultato elettorale, si passa al decalogo di quanto diabolico sia Berlusconi, del suo controllo sull’impero mediatico (forse all’Economist leggono troppo Repubblica), delle leggi ad personam e dei suoi problemi (e di “one of his close associates, a senator who is appealing against conviction for associating with the Mafia”) con la giustizia. Forse sarebbe ora di cambiare temi, personaggi e obiettivi. Tanto abbiamo capito tutti che il Cavaliere non riscontra i gusti della authoritative rivista d’oltremanica.

Chissà, forse una guardatina in casa propria, magari con qualche analisi sul Sindaco di Londra Livingstone, Ken il Rosso, pronto a tutto pur di farsi rieleggere il prossimo 1 maggio. Pronto addirittura a cercare l’appoggio degl islamici integralisti. Gradiremmo saperne di più. Forza Economist, datti da fare.

Brutte notizie. Almeno per il sottoscritto. Dalla faida che si sta scatenando per le poltrone ministeriali, sembra che a soccombere sia la brava Adriana Poli Bortone. Sul suo nome un veto leghista (come riporta, tra l’altro, Libero). CONTINUA QUI

Sembra che in Italia non sia accaduto niente di rilevante negli ultimi giorni. Sembra non solo che Berlusconi non abbia vinto le elezioni, ma anche che le elezioni proprio non si siano tenute. Eh già, basta guardare il comportamento dei monsignori del Partito Democratico, da Prodi in giù. Tutto come se niente fosse. Il taumaturgo che rimprovera a Berlusconi di “iniziare male perchè non concede una Camera all’opposizione”. Mah, sarà…forse però dovrebbe rivolgersi prima di tutto al suo presidente di partito. Pardon, ex presidente. Quel Romano che nel 2006, di fronte al drammatico pareggio elettorale, si riservò tutte le auguste poltrone della Repubblica, quelle più comode e pregiate. Ora che il Cavaliere ha trionfato come un Milosevic dei tempi migliori, dalla snobbona sinistra arrivano i rimproveri e le sottolineature malevole e bugiarde, che poco rispetto hanno per la memoria. Altro esempio della disperazione che regna al Loft, è il caso (si fa per dire) del commissario europeo: Frattini, come si sa, diventerà Ministro degli Esteri, liberando così il posto di vicepresidente a Bruxelles. Ebbene, il perdente Prodi pretende ad ogni costo di nominare lui il successore, magari mandando alla UE il suo fidato Padoa Schioppa, come sembra da ricorrenti indiscrezioni. Eh no, caro Professore. Il tuo tempo l’hai fatto. Umiliato dalla batosta elettorale, dovresti solo dedicarti al futuro da nonno e pensionato. Sarebbe un bene per tutti.

E’ davvero singolare, comunque, vedere questa non prevista iperattività nei quartieri alti del Piddì veltroniano. C’è una rabbia immotivata, sono tutti con la bava alla bocca. Impegnati a tracciare i contorni del fantomatico governo-ombra, dimenticano di riflettere su cosa è accaduto solo pochi giorni fa. Per carità! Loro sono andati bene, diceva Rosy Bindi a Porta a Porta due sere fa. “Siamo cresciuti rispetto alla somma di Dl e Ds”, ribatteva Goffredo Bettini, gaudente come il Sole dei Teletubbies. Probabilmente erano davvero convinti di potercela fare. Non erano solo flaccidi slogan obamiani, era l’intima convinzione di riuscire a mettere al palo Silvio d’Arcore. Tutti noi a irridere Uolter perchè a Matrix diceva “la partita è più che aperta”. Poverino, lui contava sugli italiani, popolo dalla memoria corta. Pensava che l’effige prodiana fosse già stata rimossa, insieme alle tonnellate di macerie in cui era (ed è) ridotto il Paese. Aiutiamolo a superare lo shock. Pacatamente. Ma anche no.

Ieri sera abbiamo iniziato a lanciare previsioni (o profezie) sui componenti del futuro Governo Berlusconi. Cliccando qui potrete trovare nomi e percentuali (relativissime, ovviamente). L’aggiornamento odierno avverrà più tardi, ma intanto Dagospia ci segnala alcuni rumors che riguardano principalmente il Ministero della Giustizia (ma non solo).

Ci sarebbero due donne e due uomini, di cui uno più defilato, in ballo per il dicastero che fu del ceppalonico: la candidata di Fini (favorita) Giulia Bongiorno, la forzista lombarda Maria Stella Gelmini, il leghista Roberto Castelli. In subordine, l’aennino magistrato Alfredo Mantovano. Altre richieste dell’Umberto sarebbero Rosi Mauro alle Politiche agricole, Maroni all’Interno o alle Attività Produttive, Calderoli vice premier. Sensazione è che alla fine la Lega avrà tre poltrone, nonostante le urla padane.

istruzioni per l’uso: per leggere con lo spirito giusto questo post, è consigliabile l’ascolto di Imagine.

Ci mancheranno. A me mancheranno. Sì, lo confesso. Le elezioni politiche hanno consegnato un Parlamento nuovo, dimagrito, snello. Un Parlamento dove non troveranno posto i vari Caruso e Heidi Giuliani, non può non destare tristezza in ogni povero essere umano che ha la fortuna (?) di essere cittadino italiano. Come faremo senza gli sghignazzi alle cerimonie funebri dell’uomo di Stato, onorevole Ministro Pecoraro Scanio Alfonso? E come potremo vivere senza le degnissime prove teatrali di Monna Manuela Palermi? Cazzo, lei era una che ci metteva il cuore: i suoi discorsi sullo stato dell’Unione (non c’entra nulla Bush) trasudavano estasi, immersione completa nel bolscevismo d’antan. Quante lacrime versate all’ascolto dei suoi sermoni contro le destre becere e lontane dal Paese che lotta”. Ah, che tempi! Un mondo che non c’è più, peccato. E se ne va pure la Brisca Menapace, quella che voleva abolire le frecce tricolori perché inquinavano i vigneti d’Italia e facevano paura ai bambini delle elementari. Quella che Prodi voleva mettere alla presidenza della commissione Difesa al Senato.

E Fernando Rossi, ve lo ricordate? Si beccò pure un pugno sull’eurostar perché aveva votato contro Prodi. Un pugno da un compagno, quindi perdonabile. Il povero Rossi, già. Pure un faldone di carte in testa, lanciato dalla coriacea De Petris, donna verde di rabbia e di partito. E Turigliatto? Il povero Franco, con la sua vocina flebile che tante volte negò il sì a Romano. Sparisce anche lui, insieme alla sua Sinistra critica. Non vedremo più sulle poltrone vellutate neanche Fosco Giannini, quello del viva la Rivoluzione d’Ottobre, viva i moti di Reggio Emilia, viva il Comunismo e la Libertà!”. Avrà tempo per andare ad accudire la salma del caro Lenin. Ma oltre alla sinistra dei no, di lotta (poca) e di governo (tanto, troppo),getta la spugna pure Pallaro. Un uomo, un mito. Un uomo che a Clarin diceva bianco e al Corriere diceva nero, che faceva sapere di essere a Roma quando invece se ne stava rintanato a Buenos Aires (o viceversa). Pallaro, un figo. Non è mica da tutti, data anche la sua età, mettersi all’asta perennemente! Andava da tutti… Prodi, Berlusconi. L’importante era andare e chiedere. Una volta soldi per gli italo-argentini, un’altra per la costruzione di un museo degli oriundi. Diceva profetico, proprio ieri: temo non saremo determinati stavolta”.

Già, il nuovo Senato alla Ceausescu (che era rumeno e non bulgaro, lo so) non permetterà tanti giochetti e ricattini, anche perché el Senador non è stato rieletto. Altra brutta notizia. Uno ad uno ci lasciano i grandi protagonisti dell’ultimo esilarante ed indimenticabile biennio. Quello governato da un Franco Marini micidiale, incapace come pochi altri, incazzato nero. L’ultima immagine che ci ha lasciato è quella in cui richiama Strano e Gramazio: togliete quella bottiglia, non siamo mica in osteria!”. Ecco, questa frase è il compendio della legislatura prodiana. Ci mancheranno tutti, anche perché ora non potremo più esaltarci e andare fuori di testa con gli istituzionali pallottolieri di Daw. Niente più votazioni sul filo, niente governi in bilico (si spera). Tutto estremamente e tristemente chiaro. Nessun Barbato che urla pezzo di merda” ad un Cusumano qualunque che sviene. Tutto finito. E’ stato bello. Una prece.

un’inziativa di Richelieu: partiamo anche noi con il TOTOMINISTRI!

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Torniamo a scrivere qualcosa, anche se breve, tanto non serve dilungarsi troppo in analisi e commenti. Silvio Berlusconi ha trionfato, ancora una volta. Sette anni dopo la vittoria che gli consentì di governare ininterrottamente per cinque anni, un risultato assai simile si è concretizzato stavolta. 174 senatori e 344 deputati. Un’enormità. Era impossibile ottenere di più. Ora non ci sono più scuse: gli alleati poco alleati, quelli infidi, maestri dell’arte del ricatto, sono ridotti ad un piccolo gregge innocuo. Gli italiani hanno dato fiducia al Cavaliere, e sarà bene che questa non venga tradita, perché non ci sarà un’altra opportunità. Poche chiacchere, e tanto lavoro. E’ quello che serve all’Italia.

Due eventi in particolare scuotono l’Italia oggi. Come sapete, dalle 8.00 potete, se volete, andare a votare. Avete tanto tempo, indubbiamente troppo per i miei gusti. Due giorni non si vedono in nessun Paese normale. Ma so benissimo che il nostro è tutto tranne che un Paese normale.

Altro evento del giorno è il novantesimo compleanno del giudice di Forum, il mitico Santi Licheri. Il magistrato sardo ha fatto sapere alla stampa che non ha nessuna intenzione di andare in pensione: “Finché il buon Dio vorrà, io rimarrò qui”. Auguri e lunga vita!

Il Senatore da oggi e per qualche giorno si sposta su Daw per seguire secondo-per-secondo la maratona elettorale, sperando che vada tutto abbastanza liscio (o quasi). Ovviamente, tutti i lettori sono invitati (eufemismo) a fare altrettanto.

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Italia rialzati! assomiglia tanto a quel Deutschland Erwache, risvegliati Germania!, che usavano i nazionalsocialisti prima dela loro catastrofe. Una cosa da sciancati, arcaica proprio brutta. Ma non è una novità che la comunicazione del centrodestra si ispiri al nazismo. Anche il celebre “scendere in campo” usato nel ‘91 per l’inizio dell’avventura politica di Forza Italia, beh, era preso pari pari dal Mein Kampf di Hitler.

Gavino Sanna, pubblicitario per Io donna, settimanale del Corriere della Sera (ma va!)

Ecco, ce n’era proprio bisogno? No, probabilmente no. Ma di questi tempi il coltello tra i denti è ben in vista.

stasera si chiude la campagna elettorale. Finalmente.

E per l’occasione tutti su DAW per il live!

Come faccio quotidianamente (tranne il martedì, per motivi vari), anche oggi ho acquistato il Corriere della Sera, principale organo di informazione italiano, stando almeno alle dicerie dei cosiddetti esperti. Sbadatamente, inizio a guardare la prima pagina, quindi passo alla due, alla tre, e avanti così fino alla venticinque, alla trenta. Improvvisamente però, una lampadina evidentemente assopita nei meandri del mio complesso cerebro, si è svegliata e ha iniziato a farmi pensare. Torno all’inizio, guardo l’editoriale di Pigi Battista “Doppia caduta”. Lo leggo. E’ come pensavo: protagonisti del pezzo sono Berlusconi e Dell’Utri. Il primo perché si è permesso di proporre esami di idoneità mentale per i pm (il sottoscritto, per quanto vale, non ha nulla in contrario), il secondo perché ha sollevato dubbi su come vengono scritti i libri di storia nel nostro Paese, in particolare per il modo epico, quasi da kolossal hollywoodiano, in cui viene narrata agli sbarbatelli studenti del Belpaese la Resistenza. Battista si indigna, fa il politicamente corretto, fino ad arrivare ad una velata minaccia che sa tanto di velato (mica poi tanto, in realtà) endorsement: “non ne vale la pena. Nemmeno per un pugno di voti che, forse, potrebbero addirittura allontanarsi”.

Letto il Battista-pensiero, proseguo nell’analisi del Corsera mieloso (o mieliano, fate vobis). Pagine 2 e 3: ancora Berlusconi che attacca i magistrati (con Di Pietro che gli dà del matto) da una parte, mentre dall’altra la luce illumina il verbo veltroniano sulla lealtà alla Costituzione. Quel che lascia perplessi però, è la barra alta: per Berlusconi il giornaletto di Via Solferino sceglie “le critiche dall’estero”, con tanto di richiami a quanto (di negativo, obviously) scrivono il Wall Street Journal ed il Financial Times. Scorriamo la barra, passiamo nel lato veltroniano. Si legge: “Unità nazionale e no alla violenza”, “La Carta costituzionale”, “Il tricolore e l’inno”.

E’ stata studiata bene la cosa, dai. Si sono impegnati. E più si va avanti, più il copione si ripete tale e quale: lodi, osanna in excelsis deo per i finti nuovi, racconti di magagne, scontri, inchieste e altro per la Berlusca’s factory. Non ci sarebbe da stupirsi neanche più di tanto, visti i precedenti. Penso però che stavolta si sia toccato il fondo, con l’intervista (surreale e ben calcolata) all’architetto Libeskind, quello delle “torri che danno il senso di impotenza” (copyright SB). Il “genio” american-polacco paragona il Cavaliere a Mussolini (che fantasia, almeno cambiassero gli accostamenti ogni tanto), gli dà del reazionario, dello xenofobo, di uno che non capisce nulla dell’oggi. “L’unica cosa che comunica un senso di impotenza è Berlusconi stesso. La mia torre è imparentata ai lavori di Leonardo da Vinci e alla grande cultura italiana che il leader del Pdl non ha il tempo o l’intelletto di studiare”. Lasciando perdere le gratuite offese che questo signore gradasso lancia a quello che potrebbe diventare il Presidente del Consiglio (confermando ancora una volta che gli artisti, tali o presunti, non possono essere contestati), fa specie vedere come il Corriere dedichi così tanto spazio (tre quarti di pagina) alla questione delle torri del progetto City Life.

La spiegazione, ovviamente, è che c’è un ben preciso fine politico, che il Corriere sta affannosamente mettendo in atto. La campagna elettorale è agli sgoccioli, e i duri iniziano a giocare. Ben arrivato Mieli, ti stavamo aspettando!

RIASSUNTO del CORRIERE PENSIERO DI OGGI:

  • prima pagina: editoriale P.Battista – “Doppia caduta”
  • pagina 2: Berlusconi, attacco ai Pm: “Esami di Sanità mentale”. “Il cavaliere e le critiche dall’estero”
  • pagina 3: Veltroni sfida il Cavaliere: garantire lealtà alla Carta. “La lettera di Walter al suo rivale”
  • pagina 5: “Resistenza, se vinciamo rivedere i libri di storia”. Dell’Utri elogia Mangano: eroe, morì per me e per Silvio.
  • pagina 9: Fini: disimpegno di An? Walter lo vedrà il 14 aprile. Lite a destra in Val D’Aosta.
  • Pagina 11: L’Ocse: sulla produttività l’Italia è il fanalino di coda (2001-2006)
  • Pagina 20: “Favori alle cosche mafiose”. Indagato De Gregorio. Coinvolto un consigliere di An./ Il pm vuole assolvere Cesa nell’inchiesta di de Magistris
  • Pagina 24: “Critiche alle torri? Come i fascisti”

Prepariamoci alla maratona di lunedì. Dove? Su DAW. Ovviamente

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Il Ministro degli Affari Esteri uscente, Max D’Alema giunge a Napoli e la città cambia volto. Evidentemente il PD è davvero il partito dei taumaturghi. La stazione centrale partenopea era stata tirata a lucido per l’occasione: via i barboni, via i materassi e i cartoni; spazzate via in un nanosecondo le bancarelle abusive degli extracomunitari. Scomparsi pure i parcheggiatori abusivi, nota dolente dell’Italia depressa e deprimente. Per D’Alema questo ed altro, evidentemente. Niente immondizia e, cosa più importante, niente supporters per il Ministro. Già, niente di niente. Neppure gli aficionados campani: ad attendere il capolista piddino c’erano solo tre esponenti tre della defunta Quercia. Non proprio un benvenuto caloroso. Ma quel che è peggio, è l’accoglienza riservata a Max all’esterno della stazione. Centinaia di tassisti che lo salutano al grido di “Viva Berlusconi!” e “Silvio! Silvio! Silvio!“, “Siete la rovina dell’Italia! jatevenne!”. D’Alema è indispettito, cerca l’auto, vuole andare in albergo. Arriva un extracomunitario che chiede di “concedere i permessi di soggiorno agli extracomunitari”, quindi un distinto signore che sottopone l’ex premier ad un interrogazione scolastica circa “il programma del Partito Democratico per i giudici di pace”.

Basta, non se ne può più. Via sull’auto diretti all’albergo. In men che non si dica, manco fosse il Paese dei Balocchi o una scenografia teatrale, si rivedono i clochards con i loro averi, gli spacciatori con tanto di aghi al seguito (alle ore 11 del mattino), i ricettatori di telefonini rubati, gli extracomunitari con le bancarelle illegali. Un tassista, tra il serio e il faceto, commenta: “Se a D’Alema fosse venuto in mente di andare a prendersi un caffè, cinquanta metri più avanti, si sarebbe reso conto che la bonifica l’avevano fatta solo nel tragitto che si sapeva avrebbe compiuto”.

Molto interessante davvero. Praticamente la Sindaca Jervolino Rosa Russo, raro esempio di pessima amministrazione pubblica (potete sentire ogni mattina su RdS come viene presa per il culo), ha fatto come Benito Mussolini nel 1938. Già, perchè in occasione della visita dell’alleato Adolf Hitler a Roma, il Duce del fascismo fece innalzare pannelli colorati lungo la rete ferroviaria che ritraevano paesaggi, case dignitose e altre bellezze. Tutto per oscurare le fatiscenti periferie delle nostre città. Una gigantesca montatura degna di un Premio Oscar. Settant’anni dopo, una donna, Rosetta nostra, si è messa il fez e la camicia nera e ha riadattato un po’ la Napoli dei bei tempi. Ma il cartongesso ha ceduto presto. Qualcosa, evidentemente, non ha funzionato.


Image HostingPost diretto agli udinesi, ma non solo. Guardateli: uno giovanile, ciclista, sportivo. L’altro ingobbito, acculturato, barbuto. Vecchio, insomma. Questi due signori si contenderanno, tra pochi giorni ormai, la poltrona di Sindaco di Udine. Gli altri candidati (troppi) non hanno speranza alcuna. Il ciclista è il candidato di centrodestra Enzo Cainero, mentre l’altro è l’arguto Magnifico professor Furio Honsell, che si divide(va) tra il Rettorato dell’Università del capoluogo friulano e la trasmissione di Fazio “Che tempo che fa”. Image HostingTra parentesi, Honsell non solo non è udinese, ma neppure friulano. La sfida per il centrodestra è difficile, sia perchè sarà duro da abbattere il muro sinistro che da troppi anni domina sulla città, sia perchè il lavoro da fare (in caso di vittoria) sarà enorme.

Qui c’è da rianimare Udine, ridarle vita. Ora è in coma, speriamo non irreversibile. Honsell propone di farla diventare come Graz, come Lubiana…europea insomma. La discontinuità. Peccato che la coalizione che lo appoggia sia la stessa che ha tenuto in piedi l’attuale borgomastro Cecotti, ex leghista. Tra una Ztl con senso alquanto discutibile (e ammazza negozianti) e una pista ciclabile che anzichè proteggerti tenta di mandarti al camposanto, il bilancio dell’attuale amministrazione è decisamente negativo. A parte Friuli Doc e i film orientali, c’è poco altro.

E allora bisogna voltare pagina, decisamente. Via i parrucconi! Via gli accademici parolai! Spazio alle nuove leve! E allora, se Cainero fa il capitano, ecco gregari di eccellenza. Giovane, concreto, nuovo. Lo dice lui.
Simone Bressan, un bravo ragazzo, che ama la politica e mette passione in quello che fa, senza risparmiarsi. Capacità indubbie, potrebbe contribuire a portare idee nuove per il necessario rilancio della nostra città. Dopo tanti arzilli anzianotti che hanno un’idea stantìa di modello-città, è il momento giusto per provare qualcosa di nuovo. Di giovane appunto, e senza dubbio alcuno di concreto. Perchè altrimenti il destino è segnato. La gente abbandona Udine, la sera è un mortorio, si va in giro con una certa paura (in certi quartieri). Basta, voltiamo pagina. Bisugne cambià! E allora, perchè non dare fiducia al nuovo? Sarebbe ora, dai. Per saperne di più, andate a conoscerlo.

 

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