Post da Aprile 2008
“E’ una questione di democrazia”. Questo il secco e chiaro commento di Vincenzo Visco, ancora per qualche giorno viceministro dell’Economia. Sì, democrazia è pubblicare in internet gli elenchi delle dichiarazioni dei redditi di tutti i contribuenti italiani, dal vip di turno al postino vicino di casa. Inutile dire che il sito dell’agenzia delle Entrate è andato in tilt, visto che gli italiani, guardoni come sono, si sono catapultati a sbirciare nei conti altrui. Democrazia. C’è chi parla di trasparenza, invece. Perchè urlare ai quattro venti quanto guadagna Tizio piuttosto che Caio è trasparenza. Una trasparenza dovuta. Senza parole. E’ l’ultimo atto (in verità il tutto era già pronto a gennaio) dell’apocalittico governucolo-Prodi. In piena linea stalinista, Visco si dichiara stupefatto delle polemiche. E’ tutto normale, cosa volete che sia intrufolarsi nella tanto decantata privacy del cittadino! Su, un po’ di elasticità! Stendiamo un velo pietoso. Fortunatamente, il Garante Francesco Pizzetti ha imposto lo stop alla messa on line degli elenchi.
“L’iniziativa dell’agenzia delle entrate non è mai stata sottoposta all’attenzione del Garante della privacy”.
Evidentemente, qualcuno ha pure raccontato balle. Coraggio, è l’ultimo atto, il canto del cigno, come dice qualcuno. Tra pochi giorni, sarà tutto un ricordo, lontano.
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L’ultimo Sindaco di destra della Capitale d’Italia fu Giovanni Orgera. Era il Governatore dell’Urbe di nomina fascista. Più di sessant’anni dopo, democraticamente, Gianni Alemanno sconfigge il bollito d’oro, Er piacione Rutelli, già per due mandati Mayor of Rome. Non aggiungo niente di più per oggi. Lo stordimento è palese, e credo giustificato. Mai e poi mai avrei pensato di vedere sconfitta la cricca veltroniana-bettiniana per mano non di un big, ma di un onesto portatore d’acqua. Chapeau, Signor Sindaco.
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Ora lo possiamo dire: l’ambigua politica estera di Max D’Alema è chiusa, finita. Finalmente. Quello che è accaduto ieri al Palazzo di Vetro lo fa capire molto bene. Il viceambasciatore libico, tale Ibrahim Dabbashi si lancia in una ben poco diplomatica comparazione tra i lager nazisti e i campi profughi palestinesi a Gaza. Immediatamente i rappresentanti di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia si levano l’auricolare, si alzano e se ne vanno senza proferir parola. Grande anche la prestazione del “nostro” Marcello Spatafora, diplomatico di razza. Appellandosi ad una procedura straordinaria ha preteso, indignato, l’immediata interruzione della riunione, ottenendola. Da questo episodio, piccolo o grande che sia, si comprende come sia tramontata l’epoca del dalemismo, condotta alquanto opinabile in politica estera. Più vicini ai paesi fabbricatori di terroristi che alle vittime di questi, a braccetto con gli hezbollah e zero parole di condanna a chi un giorno sì e l’altro pure auspica la sparizione dalla cartina geografica dello Stato di Israele.
Spatafora ha agito d’istinto, da consumato frequentatore di ambienti diplomatici. Sono però convinto che se ne avesse avuto la possibilità, l’uscente Max glielo avrebbe impedito, in nome del bilancino andreottiano: sì ai palestinesi e sì agli israeliani. Cerchiobottismo fine a se stesso. Inutile e subdolo. Ora, con Berlusconi dominus della Farnesina le cose cambieranno: non spetta a me dire se in meglio o in peggio. Quel che è certo è che almeno ci sarà chiarezza. Si capirà (si tornerà a capire con nettezza) da che parte sta l’Italia.
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E così, chiude pure il Loft. La ritirata veltroniana è completa, a questo punto. Ce l’avevano presentato come l’open space simbolo del nuovo modo di fare politica, la culla dei riformismi. Quel lontanissimo 9 novembre 2007, mentre Uolter schizzava i fotografi con un magnum di spumante, i volti felici dei piddini facevano presagire ad una nuova era. Quelli del Loft, una categoria. Un modo di essere, di vivere. Un modo di rapportarsi alla quotidianità. Rimarranno nella mente quelle scale strette strette che conducevano gli alleati nanetti al trono pontificale del taumaturgo, dispensatore di miracoli e grazie, nonché di posti. Pochi, ma pur sempre posti. Da quelle scale Emma Bonino urlò “non sono un’accattona”, salvo smentirsi dopo aver raggiunto la cima. Quante volte il povero Bettini ha dovuto, affannosamente, andare a mediare tra un Boselli e un Pannella. Tutto finito.
Trasloco in vista. Entro due settimane i democratics di casa nostra si trasferiranno nella vecchia sede della Margherita, a due passi da Montecitorio. Dell’open space rimarranno i ricordi: belli o brutti, ma pur sempre ricordi. Raccontano addirittura che ci sia stato un esorcismo (vero, nella chiesa di S.Anastasia) per scongiurare la vittoria berlusconiana alle elezioni. Immaginiamo la scena: Rosy Bindi e Paola Binetti inginocchiate a supplicare la salvezza (loro). Evidentemente, non sono state ascoltate. Forse è anche per questo che hanno deciso di sloggiare. Insieme ai ricordi rimarrà pure Ermete Realacci, il simpatico sosia della succitata Bindi.
No, non è un modo di dire: ci rimarrà sul serio, lo lasciano lì in quanto “capo del settore comunicazione”. Speriamo non si senta solo…
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Silvio Berlusconi può dormire sonni tranquilli. Lo può fare perchè a sinistra non stanno capendo niente. Non mi riferisco solo alla sinistra “moderna”, quella di Veltroni & co, quella delle feste del cinema, del si può fare e del questo ma anche quello. No, penso anche alla sinistra più pura, quella rossa rossa, clamorosamente travolta alle elezioni della scorsa settimana e cancellata dal Parlamento, per la prima volta dopo la fine del regime fascista (e già si capisce molto da questo riferimento storico-temporale). Come era prevedibile, a pochi giorni dalla non prevista debacle, si sono visti aleggiare coltelli (più o meno lunghi) sulle teste dei dirigenti sconfitti. Congressi immediati, riunioni di fuoco, urla, pianti e stracci che volano. Rifondazione Comunista, la gloriosa creatura bertinottiana, che per un decennio ha avuto il potere di vita o di morte su qualunque governo sinistro, è dilaniata dalle guerre intestine. Da una parte l’umiliato Giordano, costretto a farsi da parte mestamente, dall’altra Ferrero, pietoso ministro della saga prodiana, che ieri ha ottenuto la maggioranza nell’assise convocata d’urgenza a Firenze. Non è però che gli altri ex (?) arcobalenisti siano messi molto meglio, anzi. I Verdi devono fare i conti con le accuse-bomba piovute addosso allo sciagurato Pecoraro Scanio, indegno poltronaro del fortunatamente defunto esecutivo-Mortadella. Uno dei peggiori ministri della storia ha forse concluso definitivamente la propria carriera politica. Si spera, almeno. Dall’altro angolo della Piazza Rossa, Diliberto, capoccia dei Comunisti Italiani, manda appelli alle compagne ed ai compagni, “non arrendersi mai”, e avverte minaccioso e incazzato che mai più si dovrà fare a meno della falce e del martello. Nunca más,insomma.
Ecco, già da qui si comprende perchè la sinistra sia giunta ad un punto di non ritorno. Arrovellarsi sulla falce e martello è da disperati. Come possono ancora credere che un feticcio, ormai svuotato di ogni significato storico e politico, possa identificare un popolo (quello della sinistra, of course) nell’anno del Signore 2008? Sono veramente convinti che la gente voti in base ad un logo, ad un segno di appartenenza che oggigiorno appare sempre più sbiadito? Pensano sul serio che il tracollo nelle urne sia dovuto all’assenza di quel simbolo sulle schede elettorali?
Beh, se la risposta è positiva a queste poche domande, significa che il Cavaliere potrà stendere il suo mantello sull’Italia per tanti e tanti anni. La sinistra cosiddetta antagonista non sarà più un problema.
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Lo giuro: se, come sembra, Sandro Bondi, noto poeta di Fivizzano, diventerà prossimo Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, il sottoscritto Senatore prenderà la tessera del Partito Comunista dei Lavoratori di Marco Ferrando. Se la lista che mette on line Repubblica è vera (con l’eterea Brambilla all’Ambiente e la grande Poli Bortone mandata a fare le pulizie alle Politiche comunitarie, senza portafoglio), Berlusconi III (o IV, dipende dai punti di vista) inizia male.
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L’Economist, che si definisce “authoritative weekly newspaper”, non riesce a vivere senza Silvio Berlusconi. Da almeno sette anni gli dedica copertine, servizi, reportage, inchieste. Tutto, ovviamente, per raccontare al britannico medio quanto il Cavaliere sia unfit. Attendevamo quindi una sapiente desamina del risultato elettorale, che è puntualmente arrivato. “Mamma mia”, è il titolo dell’articolo. Leggendolo, dopo una veloce cronaca del risultato elettorale, si passa al decalogo di quanto diabolico sia Berlusconi, del suo controllo sull’impero mediatico (forse all’Economist leggono troppo Repubblica), delle leggi ad personam e dei suoi problemi (e di “one of his close associates, a senator who is appealing against conviction for associating with the Mafia”) con la giustizia. Forse sarebbe ora di cambiare temi, personaggi e obiettivi. Tanto abbiamo capito tutti che il Cavaliere non riscontra i gusti della authoritative rivista d’oltremanica.
Chissà, forse una guardatina in casa propria, magari con qualche analisi sul Sindaco di Londra Livingstone, Ken il Rosso, pronto a tutto pur di farsi rieleggere il prossimo 1 maggio. Pronto addirittura a cercare l’appoggio degl islamici integralisti. Gradiremmo saperne di più. Forza Economist, datti da fare.
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Brutte notizie. Almeno per il sottoscritto. Dalla faida che si sta scatenando per le poltrone ministeriali, sembra che a soccombere sia la brava Adriana Poli Bortone. Sul suo nome un veto leghista (come riporta, tra l’altro, Libero). CONTINUA QUI
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Sembra che in Italia non sia accaduto niente di rilevante negli ultimi giorni. Sembra non solo che Berlusconi non abbia vinto le elezioni, ma anche che le elezioni proprio non si siano tenute. Eh già, basta guardare il comportamento dei monsignori del Partito Democratico, da Prodi in giù. Tutto come se niente fosse. Il taumaturgo che rimprovera a Berlusconi di “iniziare male perchè non concede una Camera all’opposizione”. Mah, sarà…forse però dovrebbe rivolgersi prima di tutto al suo presidente di partito. Pardon, ex presidente. Quel Romano che nel 2006, di fronte al drammatico pareggio elettorale, si riservò tutte le auguste poltrone della Repubblica, quelle più comode e pregiate. Ora che il Cavaliere ha trionfato come un Milosevic dei tempi migliori, dalla snobbona sinistra arrivano i rimproveri e le sottolineature malevole e bugiarde, che poco rispetto hanno per la memoria. Altro esempio della disperazione che regna al Loft, è il caso (si fa per dire) del commissario europeo: Frattini, come si sa, diventerà Ministro degli Esteri, liberando così il posto di vicepresidente a Bruxelles. Ebbene, il perdente Prodi pretende ad ogni costo di nominare lui il successore, magari mandando alla UE il suo fidato Padoa Schioppa, come sembra da ricorrenti indiscrezioni. Eh no, caro Professore. Il tuo tempo l’hai fatto. Umiliato dalla batosta elettorale, dovresti solo dedicarti al futuro da nonno e pensionato. Sarebbe un bene per tutti.
E’ davvero singolare, comunque, vedere questa non prevista iperattività nei quartieri alti del Piddì veltroniano. C’è una rabbia immotivata, sono tutti con la bava alla bocca. Impegnati a tracciare i contorni del fantomatico governo-ombra, dimenticano di riflettere su cosa è accaduto solo pochi giorni fa. Per carità! Loro sono andati bene, diceva Rosy Bindi a Porta a Porta due sere fa. “Siamo cresciuti rispetto alla somma di Dl e Ds”, ribatteva Goffredo Bettini, gaudente come il Sole dei Teletubbies. Probabilmente erano davvero convinti di potercela fare. Non erano solo flaccidi slogan obamiani, era l’intima convinzione di riuscire a mettere al palo Silvio d’Arcore. Tutti noi a irridere Uolter perchè a Matrix diceva “la partita è più che aperta”. Poverino, lui contava sugli italiani, popolo dalla memoria corta. Pensava che l’effige prodiana fosse già stata rimossa, insieme alle tonnellate di macerie in cui era (ed è) ridotto il Paese. Aiutiamolo a superare lo shock. Pacatamente. Ma anche no.
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Ieri sera abbiamo iniziato a lanciare previsioni (o profezie) sui componenti del futuro Governo Berlusconi. Cliccando qui potrete trovare nomi e percentuali (relativissime, ovviamente). L’aggiornamento odierno avverrà più tardi, ma intanto Dagospia ci segnala alcuni rumors che riguardano principalmente il Ministero della Giustizia (ma non solo).
Ci sarebbero due donne e due uomini, di cui uno più defilato, in ballo per il dicastero che fu del ceppalonico: la candidata di Fini (favorita) Giulia Bongiorno, la forzista lombarda Maria Stella Gelmini, il leghista Roberto Castelli. In subordine, l’aennino magistrato Alfredo Mantovano. Altre richieste dell’Umberto sarebbero Rosi Mauro alle Politiche agricole, Maroni all’Interno o alle Attività Produttive, Calderoli vice premier. Sensazione è che alla fine la Lega avrà tre poltrone, nonostante le urla padane.
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