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Mi alzo: sono contento. Vengano i mesi e gli anni, non mi prenderanno più nulla. Sono tanto solo, tanto privo di speranza che posso guardare dinanzi a me senza timore. La vita, che mi ha portato attraverso questi anni, è ancora nelle mie mani e nei miei occhi. Se io abbia saputo dominarla, non so. Ma finché dura, essa si cercherà la sua strada, vi consenta o non vi consenta quell’essere, che nel mio interno dice “io”.
E’ domenica mattina, fuori diluvia. Non sembra affatto di essere a metà maggio, il mese delle rose e del Rosario (tanto per dare un tocco di spiritualismo al post). Capita, a me capita, che la domenica mattina io mi metta a “riordinare” la mia personale libreria, che mi sembra perennemente in disordine. Libri, carte, fogli, fotocopie e cartelline in un concentrato potenzialmente esplosivo. Ho pure trovato in mezzo due speciali sul Milan Campione d’Europa 2007 (della Gazzetta e di Repubblica). Il riordino per me è angosciante, anche perchè so che prendendo in mano i libri, certi libri, quelli prediletti, mi fermo a sfogliarli e, di conseguenza, a leggerli. Quasi sempre parto dalla fine, perchè le conclusioni, gli epiloghi racchiudono l’essenza del libro. Come il risultato di un processo di distillazione. Quelle poche righe che ho scritto sopra sono il (quasi) finale di “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, capolavoro grandioso di Erich Maria Remarque.
A chi non l’avesse fatto, ne consiglio la lettura. E’ un libro di guerra, certo, ma soprattutto di inattesa umanità. La trincea, il fronte più duro di tutta la prima guerra mondiale. Eppure, nella desolazione e nel sostegno reciproco tra gli adolescenti strappati dai banchi di scuola per essere inviati al fronte, emerge un grande messaggio: avere sempre fiducia nell’avvenire, non perdere mai la speranza. Anche se la malinconia domina sovrana.
Spesso, nei libri, riscopriamo qualcosa di nostro, che ci appartiene.


