Emendamento sulla tutela della fauna selvatica e della caccia. Emendamento del Governo. Favorevoli 238, contrari 240. La Camera non approva. Non lo so, è tutto molto strano. Il Parlamento lavora neanche da un mese, eppure già dalle parti della gloriosa macchina da guerra berlusconiana sono già mosci, stanchi. Assenti. Sì, centodue-onorevoli-centodue che hanno pensato bene di prendersi una pausa dall’estenuante lavoro poltronaro che si ha in quel di Montecitorio. Oh, d’altronde siamo solo martedì eh! Fa caldo!
In prima linea
27, Maggio, 2008 · 2 Commenti
Torna alla ribalta il problema-Afghanistan. Dopo il biennio prodiano in cui un giorno sì e l’altro pure si levavano gli ululati dei cosiddetti pacifisti d’Italia, che reclamavano l’immediato ritiro delle truppe impegnate all’Estero, con il ritorno di Silvio Magno si ripropongono antichi quesiti circa la modifica delle regole d’ingaggio per i soldati spediti laggiù nel quadro della missione ISAF. Prima sottolineatura: quando si dice ISAF si deve intendere NATO.
Non è un vezzo linguistico, ma è il cuore del problema. Già, perché l’Italia, andrebbe ricordato ogni tanto, è un membro fondatore del Patto Atlantico, papà della North Atlantic Treaty Organization, seppur grazie alla testardaggine francese (va detto pure questo, ahimé). Invece noi del Belpaese siamo sempre lì a dubitare, sempre pronti a dire nì, sempre in vena di porre paletti o condizioni. Non ce lo possiamo permettere, in quanto da sessant’anni non siamo una Nazione guida in campo internazionale. Siamo una media potenza che bene o male è in fase di rilancio, da almeno un ventennio, e che ha indiscutibilmente accresciuto il proprio peso sullo scacchiere che conta grazie all’allineamento forte e senza obiezioni agli Stati Uniti.
Berlusconi avrà difetti, ma in politica estera sa come ci si comporta. Ha capito fin dal 2001 che l’ingessatura in stile democristiano avrebbe continuato a lasciarci nell’angolino, nello sgabuzzino della Casa Bianca, semmai avessero fatto il favore di invitarci. Prendere posizione è una cosa che risulta difficile agli italiani, abituati ai trasformismi, ai giochetti cerchiobottisti che hanno causato la decadenza del nostro Paese. Afghanistan e Iraq hanno riportato Roma dove conta, dove si prendono le decisioni. Prendete una carta dell’Afghanistan: l’Italia si è vista riconoscere ruoli di primo livello, addirittura è lead nation nella Regional Command Capital e guida il Comando Ovest. Non è poco. Ora la Nato, di cui facciamo parte (fino a prova contraria), torna alla carica chiedendo uno sforzo supplementare, ossia di trasferire parte del contingente nelle zone più impervie e difficili, quelle dove la guerra si combatte in maniera diretta e dura. I soliti tromboni solleveranno questioni di legittimità costituzionale, sono già pronti a sventolare fotocopie sbiadite dell’articolo 11 della nostra vetusta Carta. Basterà ignorarli, una volta per tutte. Ne va del prestigio dell’Italia.
Forse potremo dire tra qualche anno di essere riusciti a scalzare la vergogna di decenni in cui si diceva “noi siamo per Israele e per Arafat”, “noi siamo amici di America e Unione Sovietica”. Un dalemismo d’antan che forse è definitivamente morto. Ora, il morto va seppellito.
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