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Torna alla ribalta il problema-Afghanistan. Dopo il biennio prodiano in cui un giorno sì e l’altro pure si levavano gli ululati dei cosiddetti pacifisti d’Italia, che reclamavano l’immediato ritiro delle truppe impegnate all’Estero, con il ritorno di Silvio Magno si ripropongono antichi quesiti circa la modifica delle regole d’ingaggio per i soldati spediti laggiù nel quadro della missione ISAF. Prima sottolineatura: quando si dice ISAF si deve intendere NATO.
Non è un vezzo linguistico, ma è il cuore del problema. Già, perché l’Italia, andrebbe ricordato ogni tanto, è un membro fondatore del Patto Atlantico, papà della North Atlantic Treaty Organization, seppur grazie alla testardaggine francese (va detto pure questo, ahimé). Invece noi del Belpaese siamo sempre lì a dubitare, sempre pronti a dire nì, sempre in vena di porre paletti o condizioni. Non ce lo possiamo permettere, in quanto da sessant’anni non siamo una Nazione guida in campo internazionale. Siamo una media potenza che bene o male è in fase di rilancio, da almeno un ventennio, e che ha indiscutibilmente accresciuto il proprio peso sullo scacchiere che conta grazie all’allineamento forte e senza obiezioni agli Stati Uniti.
Berlusconi avrà difetti, ma in politica estera sa come ci si comporta. Ha capito fin dal 2001 che l’ingessatura in stile democristiano avrebbe continuato a lasciarci nell’angolino, nello sgabuzzino della Casa Bianca, semmai avessero fatto il favore di invitarci. Prendere posizione è una cosa che risulta difficile agli italiani, abituati ai trasformismi, ai giochetti cerchiobottisti che hanno causato la decadenza del nostro Paese. Afghanistan e Iraq hanno riportato Roma dove conta, dove si prendono le decisioni. Prendete una carta dell’Afghanistan: l’Italia si è vista riconoscere ruoli di primo livello, addirittura è lead nation nella Regional Command Capital e guida il Comando Ovest. Non è poco. Ora la Nato, di cui facciamo parte (fino a prova contraria), torna alla carica chiedendo uno sforzo supplementare, ossia di trasferire parte del contingente nelle zone più impervie e difficili, quelle dove la guerra si combatte in maniera diretta e dura. I soliti tromboni solleveranno questioni di legittimità costituzionale, sono già pronti a sventolare fotocopie sbiadite dell’articolo 11 della nostra vetusta Carta. Basterà ignorarli, una volta per tutte. Ne va del prestigio dell’Italia.
Forse potremo dire tra qualche anno di essere riusciti a scalzare la vergogna di decenni in cui si diceva “noi siamo per Israele e per Arafat”, “noi siamo amici di America e Unione Sovietica”. Un dalemismo d’antan che forse è definitivamente morto. Ora, il morto va seppellito.
Daniele Paladini è l’ennesimo eroe italiano. Eroe sì, perchè è così che va chiamato uno che, sapendo a cosa andava in contro, si è buttato con il corpo contro il bastardo di turno imbottito di tritolo che aveva come unico obiettivo quello di raggiungere le vergini del Paradiso islamico. Paladini è l’undicesima vittima italiana in Afghanistan, morta nell’adempimento del proprio dovere al servizio della pace, di quella missione voluta e controllata dalle tanto invocate Nazioni Unite. In un momento come questo, un Paese che si rispetti dovrebbe poter contare su un coro unanime di voci rispettose e determinate nella condanna di tali gesti. Invece no, da noi non è costume comportarsi così.
Era ancora mattina, le notizie giungevano a sprazzi, quando il solito Partito dei Comunisti Italiani, folkloristico gruppetto di nostalgici del tempo che fu, iniziava a sbraitare come sua consuetudine. Il prode Rizzo che si poneva amletici interrogativi circa la nostra presenza lì, la solita Palermi che tra una lode e l’altra del Porcellum, trovava il tempo per rispedire al mittente le accuse di ignorare il dolore dei parenti della vittima. Ma il bello doveva arrivare insieme al gran capo dei rossi d’antan, Diliberto Oliviero. Il Segretario, infatti, ha testualmente detto: “Vorrei che qualcuno mi spiegasse pero’ perche’ noi continuiamo a stare in Afghanistan. Per quanto tempo ancora dovremo piangere vittime innocenti? Per quanto tempo ancora dovremo espimere cordoglio a famiglie incolpevoli che sacrificano i loro figli?”. Per carità, domande legittime, anche se personalmente le ritengo patetiche.
Qualcuno però ha già risposto all’innamorato della mummia di Lenin, esattamente il 9 giugno 2006. Parlo di Mauro Pibiri, fratello di Alessandro, venticinquenne morto a Nassirya. Mauro ebbe il coraggio e la forza di cacciare Diliberto dalla camera ardente, rilasciando queste dure dichiarazioni: “Mio fratello ci credeva ciecamente in quello che faceva. L’ha scelto lui e siamo orgogliosi di quello che ha fatto. Voglio che tutti sappiano che i militari in Iraq stanno facendo il bene, e non la guerra. Lo dico alla faccia di qualche politico di estrema sinistra che, davanti al cadavere di mio fratello, mi ha detto: “Io l’ho sempre detto che questa guerra non andava fatta””. Ecco, qui eravamo in Iraq, ora piangiamo un caduto in Afghanistan. Cambiano i contesti, ma non il significato.
Parlano loro, gli acculturati della sinistra che presidia gli angoli più remoti delle scuole e delle Università. Loro che vanno in giro sbandierando ai quattro venti il profondo valore dell’ONU quale baluardo dei diritti dell’uomo. Non so, non li ho mai capiti, tutti imbevuti di logiche sessantottine, di internazionalismo cosmopolita che è fallito con il passare degli anni e con le evidenze della storia. Non si rassegnano al fatto che la parabola della più grande utopia che l’uomo abbia mai tentato di realizzare sia inesorabilmente sprofondata negli abissi, dopo una lunga ed inarrestabile discesa. Ogni tanto torna su, si veda Cuba o la Corea del Nord: ma si tratta di isolette sperdute. Il fatto è che l’ONU che tanto lodano in Afghanistan c’è, è presente. L’ha detto pure il loro Ministro degli Esteri: “siamo lì sotto l’egida delle Nazioni Unite”. Evidentemente c’è chi pensa di più ai cadaveri imbalsamati e non ha tempo per sentire altro. Pazienza, abbiate pietà.


