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In Birmania, oggi Myanmar, la giunta militare ha fatto quello che non doveva. Ha aperto il fuoco sulla folla. Al momento il bilancio è di un morto e di un ferito, ed è andata bene, paradossalmente. La situazione sta degenerando nel paese asiatico, e già il coprifuoco imposto nella capitale lunedì scorso non faceva sperare in nulla di buono. La storia insegna che il regime probabilmente è alla fine, ma è necessario che qualcuno si svegli, soprattutto nelle sorde aule del Palazzo di Vetro. Invece di parlare di utopie (vedi moratorie), seppur condivisibili, la realtà impone di discutere l’aggravarsi della crisi birmana. Se è possibile, sarebbe meglio evitare un altro Darfur, o peggio, una nuova Corea del Nord del terzo millennio. Ieri Bush ha minacciato sanzioni contro il regime militare, speriamo che la questione venga portata con urgenza dinnanzi al Consiglio di Sicurezza. Ci vuole celerità. Per conoscere meglio la situazione di quel Paese così lontano geograficamente, per farsi un’idea della reale condizione in cui versa la popolazione birmana, vi rimando al blog 1972.



