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“Sarebbe forse meglio che muoia se non posso compere la missione affidatami“. Queste le parole che Giovanni Paolo II pronunciò al segretario Stanislaw Dzwisz il giorno di Pasqua del 2005, pochi giorni prima della morte. Da qui parto per dire due cose su un tema delicato e quanto mai attuale: il diritto alla vita. O meglio, che cos’è vita? Non farò discorsi filosofici, tranquilli. Non è il mio forte, né mi attrae particolarmente la materia. Mi pongo interrogativi perchè penso sia rilevante che un Papa, Capo della cattolicità mondiale, chieda, nella sostanza, di non essere sottoposto a trattamenti che altro senso non avrebbero se non prolungare inutili e dolorose agonie. E’ interessante sapere questo, ancor più perchè non capisco la differenza che sussiste tra il cosiddetto accanimento terapeutico e il no netto all’eutanasia. Un uomo che magari da vent’anni è obbligato a letto, in coma vegetativo, e per il quale ormai non ci sono più possibilità di guarigione, è costretto a dipendere da una macchinetta attaccata ad un cavo? E’ vita, questa? Il Cardinale Lozano Barragàn, “ministro della Salute” vaticano, parla al convegno sull’”eutanasia nell’oncologia“, organizzato dall’Istituto nazionale dei tumori. Dice l’Eminenza: “No all’accanimento terapeutico, sempre che si definisca quali sono le cure sproporzionate. No netto all’eutanasia“. Beh, ho difficoltà a seguire il ragionamento. Cure sproporzionate: e chi decide quali sono le cure “sproporzionate”? Magari un medico dice una cosa e un altro l’opposto, che facciamo? chiamiamo tre, cinque, sette dottori per essere sicuri di ottenere una maggioranza? E ancora, vorrei sapere che cosa è vita: vita è per me l’uomo che ragiona, l’uomo che parla, l’uomo che è presente a se stesso e agli altri. Un uomo disteso a letto per anni, con lo sguardo fisso, non solo incapace d’intendere e di volere, ma anche di percepire qualunque cosa o stimolo, non è altro che uno scheletro con la pelle sopra. Uno scheletro attaccato a un ventilatore. Un computer ormai andato. Un dolore che si amplifica, non solo per il malato, ma anche per chi lo circonda con l’affetto che si nutre verso una persona cara. E’ uno stillicidio. Faccio una puntualizzazione, quanto mai doverosa, credo: io sono cattolico, anche se critico. Credo in Dio, credo nella vita ultraterrena, ma sono anche portato a stare con i piedi per terra. Se la gerarchia dice una cosa che non mi trova d’accordo, manifesto il dissenso. E’ la dialettica, bellezza. Non amo dogmi o imposizioni. Accetto quello che penso sia giusto accettare e rimango perplesso su alcune interpretazioni (perchè di questo si tratta) che vengono date ai fatti d’attualità, ai grandi problemi che attanagliano la vita sociale contemporanea. Penso, infine, che un essere umano meriti almeno di morire come vuole. Io non vorrei marcire su un letto (e neanche sottoterra per la verità, preferirei essere cremato), non so voi. Certo, si dice che la speranza è l’ultima a morire, ma a volte è meglio farla morire abbastanza presto.



