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Ahi ahi, povera sinistra italiana. Come ti sei ridotta! I ricordi dei cortei operai che per più di mezzo secolo hanno dominato la scena reclamando diritti sono un pallido ricordo. Oggi la sinistra del Belpaese è nelle mani di quattro invasati con la perenne bava alla bocca. Di Pietro, il solito forcaiolo che tanto vorrebbe assomigliare a Robespierre (ma probabilmente non sa neppure chi fosse quest’ultimo), Travaglio, gufo serafico che con occhioni fintamente dolci è il più subdolo di tutti, Grillo, quello che sbraita a più non posso contro i privilegiati e poi tiene in caldo lo yatch. E poi c’è lei, la solita, impareggiabile Guzzanti Sabina. Cattiveria allo stato puro, comicità poca assai. Quello che ieri si è verificato in Piazza Navona non sorprende, in quanto la metamorfosi della sinistra era in atto da un bel pezzo. Più di piazza che di palazzo, si diceva. E lo abbiamo potuto constatare. Non da ieri, ma da qualche anno. Un motivo ci sarà se non riescono a rimanere a Palazzo Chigi per più di un anno e mezzo. Il microcosmo del “No Cav day” (che ridere) ha regalato perle di indubbia saggezza, come gli insulti al Capo dello Stato o al Papa.
Per carità, sono cose che possono pure capitare, non però da parte dell’alleato unico di quello che è andato in giro a definirsi “il nuovo, che non vuole le risse”. Dare del mafioso a Berlusconi è prassi quotidiana in questo Paese, certo, poi però è difficile gridare allo scandalo se dall’altra parte non ci si prostra (e non ci si presta) alle richieste (in realtà bislacche e finte) di dialogo. Di Pietro e i suoi vogliono la forca, vogliono il casino, vogliono la rovina dell’Italia. Del futuro non interessa nulla, basta abbattere il Duce, il Male in persona, l’uomo di Arcore. Anche appenderlo a testa in giù, perchè no…si prolungherebbe l’orgasmo, così. E se perfino uno come Furio Colombo, che tanto ci ha fatto ridere nel biennio prodiano con i suoi interventi al limite del delirio, chiede (con il New York Times sotto il braccio, perchè lui è radical chic) una standing ovation per Napolitano, e poi se ne va dicendo che ha sentito attacchi “indegni”, significa che il vaso è davvero colmo. Finalmente abbiamo capito che cos’è l’opposizione. Non è quella del volemose bene e del pace e bene per tutti, anche perchè la Guzzanti ha sentenziato che “il Papa, quanto tra vent’anni sarà morto, starà dove deve stare, all’inferno tormentato dai diavoloni frocioni attivissimi”.
Veltroni ha poco da dire. Certo, lui non c’era, ma il suo alleato, la sua palla al piede, era la mente della manifestazione. L’alleato che si è scelto lui e che ora domina incontrastato sulla scena, ridicolizzando ogni secondo che passa, il ruolo di un Partito Democratico assente, muto, depresso. Non è Berlusconi ad essere pericoloso, non è Alfano. I veri pericoli per l’Italia sono rappresentati dai vari Di Pietro, Grillo, Travaglio, Guzzanti. Sono loro i veri fascisti. Sono loro che hanno l’intolleranza e l’insulto come tratti distintivi. Sono beceri, volgari, inutili. E pure poco intelligenti, perchè non hanno capito che ogni istante di adunate come quella vista ieri nella Capitale non fa altro che allungare la vita politica all’odiato Berlusconi. Meglio così, affari loro.
In chiusura, rende l’idea della drammatica confusione mentale in cui si trovano i rossi (non quelli di D’Alema, quelli sono all’inglese) il commento del trombato Russo Spena, fatto fuori da tutto, a cominciare dal Parlamento: “Sono qui per la Costituzione e per i Rom”. Ecco, il cerchio è chiuso. Chapeau.
L’opposizione è in frantumi, o meglio, le opposizioni. Già, perchè ormai dalle parti sinistre dell’emiciclo parlamentare è guerra aperta, e pure palese, senza tanti ipocriti silenzi. Di Pietro contro il Partito Democratico, Parisi contro Veltroni, D’Alema e la sua Red contro Parisi e Veltroni. Insomma, non si sa da che parte voltarsi, perchè i coltelli affilati arrivano da tutte le direzioni Ieri abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione di questa guerra civile politica, quando il Senato ha votato ha respinto l’autorizzazione a procedere contro Di Girolamo, senatore Pdl per cui la Procura di Roma aveva chiesto l’arresto. Tonino de noantri è sbottato, trovandosi sempre più a suo agio nel ruolo di Masaniello barricadero dell’antiberlusconismo alla Travaglio: “Con il Pd si pone un problema gravissimo di alleanze”, ha tuonato con il suo noto savoir-faire. E ancora, “Ci dicano se vogliono fare la ruota di scorta a Berlusconi. Noi dell’Italia dei Valori abbiamo chiesto agli elettori di essere alternativi a Berlusconi, se il Pd ha deciso di fare da supporto a Berlusconi non possiamo essere alleati. Ci vuole un immediato chiarimento pubblico“.
Di Di Pietro si può dire tutto, proprio tutto, meno che non sia persona che parla chiaro. Il suo ultimo ammonimento pontificale è una nuova, ennesima pietra gettata contro il cartonato altrimenti detto Partito Democratico, creatura di vetro soffiato sempre più in pericolo, attaccata da tutte le parti da predatori affamati e assai golosi. La difficoltà del principale partito della “nuova” sinistra sono ben visibili, tant’è che alla sfuriata savonaroliana dipietrista ha dovuto rispondere Antonello Soro, panchinaro illustre, ma non certo la punta titolare. “Il tono delle dichiarazioni di Di Pietro è inaccettabile e assolutamente sopra le righe. Non so chi gli abbia dato la patente per giudicare la qualità dell’opposizione del Pd. Ma sul supporto al Governo forse a Di Pietro sfugge la dimensione del regalo che fa alla maggioranza ogni qualvolta indossa abiti massimalisti e regola sul tono di voce la profondità degli argomenti”. Secca pure la risposta del sardo Antonello, mandato allo sbaraglio contro l’ex pm, che pensa di trovarsi perennemente nelle aule di giustizia (magari richiedendo pure l’utilizzo del codice penale a Montecitorio).
Il fatto è che la strategia politica di Di Pietro è assolutamente comprensibile: con una sinistra massimalista fuori dal Palazzo e in crisi d’identità dopo lo sciagurato biennio prodiano, e con un Democratic Party fragile come un bambino in fasce e alla ricerca (soft) di un minimo di dialogo civile con il satrapo Berlusca, il ruolo di gendarme della sinistra giustizialista, demagogica e forcaiola non può spettare ad altri che a lui ed al suo partito personale. E in questi ruoli di accusatore permanente, Torquemada di Montenero di Bisaccia, Tonino si trova benissimo. Gli manca solo la toga nera, e poi tutto è a puntino. Fa specie, invece, vedere un Veltroni così in difficoltà, costretto addirittura a negare l’evidenza del buco di Roma. Costretto a dire che “se Alemanno non fa la Notte Bianca è perchè non la sa fare”. Costretto a parlare ad un’Assemblea di partito con più o meno la metà di quelli che avrebbero dovuto parteciparvi. Costretto a promettere il ritorno in piazza (ma in autunno, ora si va in ferie). E’ un’opposizione allo sbando, ma lo si poteva immaginare. Tanti scrissero sull’errore madornale di portarsi la serpe in seno, ossia di aprire le porte del Loft a Di Pietro.
Era una contraddizione palese, si diceva. La forca con il santone, l’uomo dalle manette facili con quello che kennedyanamente invocava dialogo, pace e bene per tutti. Abele e Caino, è sempre la stessa storia. Caro Uolter, ora è troppo tardi. E’ inutile piangere sul latte versato.
Soffrire di mania di protagonismo. E’ una cosa abbastanza comune nella nostra società, solo che alcuni soggetti ne sono affetti in maniera maggiore. E’ sicuramente il caso del letterato Tonino, conosciuto alla massa come Di Pietro (sì, non ho sbagliato ad invertire). L’ex pm, nostalgico della forca di Mani Pulite, non perde occasione per darsi alle requisitorie e ai discorsi pontificali pieni di retorica stantia tipici delle aule di giustizia. Imbarcato maldestramente da Veltroni (chissà se riuscirà a perdonarselo il taumaturgo), Di Pietro è incazzato nero.
Lo è per tante cose; lo hanno fatto fuori dalle cariche parlamentari, gli hanno negato la presidenza della Vigilanza Rai, non gli è stata assegnata manco una cadrega nel Governo delle ombre. Nulla di nulla. Più che mani pulite, Tonino è rimasto a mani vuote. E oggi ci è andato giù di brutto. Un intervento greve (e pure lugubre) in quel di Montecitorio, con accuse implicite (ed esplicite) a Berlusconi. La storia giudiziaria del Cavaliere, l’inadeguatezza, le leggi ad personam. Insomma, il solito copione sinistro che saggiamente il Pd ha messo in cantina, capendo che fa solo perdere le elezioni. Ma il campione di Montenero di Biscaccia questo concetto (semplice) non lo capisce. No, Berlusconi è Belzebù, e quindi va cacciato, rimandato all’Inferno. Voleva fare il Matteotti, Di Pietro. Ma non ne ha neanche lontanamente la stoffa. Non è lungimirante, non è capace.
E’ solo un Grillo istituzionalizzato, uno che parla bene e che razzola male. Uno che si scaglia contro i privilegi della Casta e poi monta casini su casini perchè non gli promettono la poltrona di Ministro della Giustizia. Caro Veltroni, hai fatto un errore madornale a portartelo con te. Sarà la tua palla al piede. Una palla che parla.


