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Daniele Paladini è l’ennesimo eroe italiano. Eroe sì, perchè è così che va chiamato uno che, sapendo a cosa andava in contro, si è buttato con il corpo contro il bastardo di turno imbottito di tritolo che aveva come unico obiettivo quello di raggiungere le vergini del Paradiso islamico. Paladini è l’undicesima vittima italiana in Afghanistan, morta nell’adempimento del proprio dovere al servizio della pace, di quella missione voluta e controllata dalle tanto invocate Nazioni Unite. In un momento come questo, un Paese che si rispetti dovrebbe poter contare su un coro unanime di voci rispettose e determinate nella condanna di tali gesti. Invece no, da noi non è costume comportarsi così.
Era ancora mattina, le notizie giungevano a sprazzi, quando il solito Partito dei Comunisti Italiani, folkloristico gruppetto di nostalgici del tempo che fu, iniziava a sbraitare come sua consuetudine. Il prode Rizzo che si poneva amletici interrogativi circa la nostra presenza lì, la solita Palermi che tra una lode e l’altra del Porcellum, trovava il tempo per rispedire al mittente le accuse di ignorare il dolore dei parenti della vittima. Ma il bello doveva arrivare insieme al gran capo dei rossi d’antan, Diliberto Oliviero. Il Segretario, infatti, ha testualmente detto: “Vorrei che qualcuno mi spiegasse pero’ perche’ noi continuiamo a stare in Afghanistan. Per quanto tempo ancora dovremo piangere vittime innocenti? Per quanto tempo ancora dovremo espimere cordoglio a famiglie incolpevoli che sacrificano i loro figli?”. Per carità, domande legittime, anche se personalmente le ritengo patetiche.
Qualcuno però ha già risposto all’innamorato della mummia di Lenin, esattamente il 9 giugno 2006. Parlo di Mauro Pibiri, fratello di Alessandro, venticinquenne morto a Nassirya. Mauro ebbe il coraggio e la forza di cacciare Diliberto dalla camera ardente, rilasciando queste dure dichiarazioni: “Mio fratello ci credeva ciecamente in quello che faceva. L’ha scelto lui e siamo orgogliosi di quello che ha fatto. Voglio che tutti sappiano che i militari in Iraq stanno facendo il bene, e non la guerra. Lo dico alla faccia di qualche politico di estrema sinistra che, davanti al cadavere di mio fratello, mi ha detto: “Io l’ho sempre detto che questa guerra non andava fatta””. Ecco, qui eravamo in Iraq, ora piangiamo un caduto in Afghanistan. Cambiano i contesti, ma non il significato.
Parlano loro, gli acculturati della sinistra che presidia gli angoli più remoti delle scuole e delle Università. Loro che vanno in giro sbandierando ai quattro venti il profondo valore dell’ONU quale baluardo dei diritti dell’uomo. Non so, non li ho mai capiti, tutti imbevuti di logiche sessantottine, di internazionalismo cosmopolita che è fallito con il passare degli anni e con le evidenze della storia. Non si rassegnano al fatto che la parabola della più grande utopia che l’uomo abbia mai tentato di realizzare sia inesorabilmente sprofondata negli abissi, dopo una lunga ed inarrestabile discesa. Ogni tanto torna su, si veda Cuba o la Corea del Nord: ma si tratta di isolette sperdute. Il fatto è che l’ONU che tanto lodano in Afghanistan c’è, è presente. L’ha detto pure il loro Ministro degli Esteri: “siamo lì sotto l’egida delle Nazioni Unite”. Evidentemente c’è chi pensa di più ai cadaveri imbalsamati e non ha tempo per sentire altro. Pazienza, abbiate pietà.


